Pd, una rivoluzione incompiuta: da partito di cambiamento a compromessi deludenti

27.10.2026 02:15
Pd, una rivoluzione incompiuta: da partito di cambiamento a compromessi deludenti

Italiano: una riflessione sulla nascita e l’evoluzione del Pd

Roma, 27 ottobre 2026 – Alla sua nascita, 14 ottobre 2007, c’erano molte speranze intorno al Pd: il partito sembrava potesse sostituire il grigiore burocratico del Pci di un tempo con la vivacità e l’intraprendenza dei giovani leoni(Walter Veltroni ne fu il primo segretario nazionale) desiderosi di rompere con il passato, riporta Attuale.

Il nuovo soggetto politico prometteva di riprendere una ‘lunga marcia attraverso le istituzioni’, interrotta negli anni ’70. Con il senno di poi, si rivelò l’unica proposta realmente efficace del movimento, puntando sui settori più ‘separati’ della società, come carceri, scuole e fabbriche, dove risiedevano i germi della continuità con il fascismo.

Una linea inizialmente adottata per applicare pratiche già sperimentate nelle università, dove gli studenti avevano saputo conquistare la maggioranza delle assemblee e trasformare l’assetto accademico, introducendo nuove discipline e metodologie. Un paradigma che avrebbe dovuto replicarsi anche nelle fabbriche e nelle caserme, generando una nuova coscienza antimilitarista.

Misure significative come la legge 180 del 1978, nota come legge Basaglia, segnarono un cambiamento radicale, chiudendo i manicomi e avviando una riforma dell’assistenza psichiatrica. Altrettanto benefici furono i contributi dei giornalisti democratici e le riforme legislative che hanno influenzato il paese in vari ambiti sociali.

Questo fervore riformista era basato su un equilibrio tra radicalità e compromesso. Non si trattava più del Pci come partito di lotta e di governo, ma di una nuova configurazione politica in cui la radicalità agiva in piazza, il compromesso si esercitava in parlamento. Oggi, assistiamo a una disgregazione di quel progetto, con un Pd che appare soffocato da un dibattito sterile, intriso di termini come ‘primarie’ e ‘leadership’, ma privo di proposte innovative.

È evidente che la cultura del compromesso si è ripresentata, ma con modalità sempre più al ribasso, caratterizzate da un’impronta democristiana piuttosto che comunista. Di conseguenza, il partito ha perso la sua vocazione originaria, divenendo una mera macchina elettorale priva di tracce della sua antica spinta verso la radicalità.

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