Africa discarica d’Europa: come funziona il business criminale dei rifiuti che passa dall’Italia

18.04.2024
Africa discarica d’Europa: come funziona il business criminale dei rifiuti che passa dall’Italia
Africa discarica d’Europa: come funziona il business criminale dei rifiuti che passa dall’Italia

Il materiale (spesso pericoloso) viene stipato nei container e spedito in Tunisia, Ghana, Senegal e Mauritania. Un giro d’affari illecito che nel mondo vale 20 miliardi di euro. Solo negli ultimi mesi sono scattati sequestri in Toscana, Campania ed Emilia-Romagna

Non serve essere dei giramondo, neppure degli esperti di geo-economia; basta aprire YouTube e scrivere “rifiuti Africa” per rendersi conto della portata del fenomeno. I video di adulti e bambini intenti a camminare in nauseanti poltiglie nere, scalare montagne di rifiuti o a bruciare ogni tipo di spazzatura, tessile o elettronica non fa differenza, sono centinaia. E mostrano senza filtri il lato oscuro del consumismo Occidentale che trasforma l’Africa (ma non solo) in una pattumiera dove gettare quotidianamente tonnellate di scarti, che spesso non sono neppure rifiuti veri e propri ma solo prodotti “sorpassati” da altri più moderni e performanti. L’attività di queste persone in inglese ha un nome specifico, “scrapping”, e rappresenta una vera e propria industria a mani nude: apertura, divisone della parti, selezione, rottamazione dell’oggetto.

Il ruolo dell’Italia

L’Italia, data anche la vicinanza con il continente africano e la presenza di diversi scali gioca un ruolo di rilievo nello scacchiere globale di questo business criminale che si stima valga circa 20 miliardi l’anno. Nel corso degli anni sono emerse particolari direttrici dei flussi di rifiuti dall’Italia verso determinate aree geografiche, per la maggiore capacità “attrattiva” di alcune tipologie. In Africa, secondo una recente analisi elaborata dal Comando tutela ambientale dei carabinieri le principali destinazioni sono Marocco, Ghana, Burkina Faso, Senegal, Nigeria, Tunisia, Mauritania per quanto concerne i Raee – i rifiuti da apparecchiature elettroniche – e i rifiuti pericolosi in genere.

A monte ci sono strutture criminali tradizionali che, spiega sempre il report dei carabinieri, «in perfetta simbiosi con strutture straniere collaterali e con il supporto di discutibili agenzie d’intermediazione», organizzano il trasferimento di rifiuti speciali verso territori anche extracomunitari. Si tratta di Paesi caratterizzati da discipline normative e fiscali più permissive o addirittura privi di capacità di controllo, «tali da consentire di estrarre la residua utilità economica dal rifiuto, mediante trattamenti altamente inquinanti e con l’abbandono incontrollato».

Uno dei luoghi simbolo di questo traffico illegale è Agbogbloshie, enorme agglomerato urbano situato sulle sponde della laguna di Korle, nella zona ovest di Accra, la capitale del Ghana. Qui ogni mese arrivano decine di container carichi di rifiuti elettronici di ogni tipo: cellulari, televisori, elettrodomestici. Quello che può essere riparato, lo si aggiusta e poi lo si rivende. Il resto viene smantellato e trattato chimicamente per estrarre pochissimi grammi di metalli preziosi da rivendere. La produzione di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche dall’Italia ha mostrato una crescita costante sotto l’impulso, da un lato, della velocità con cui i prodotti tecnologici diventano obsoleti, dall’altro, dell’incremento dei volumi di produzione industriale di nuovi prodotti.

Cosa dice la legge

Se il panorama normativo in Europa risulta ancora alquanto variegato, nell’ordinamento italiano vi è invece l’espressa previsione del delitto di «attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti». Non che questa dicitura serva chissà quanto a limitare certi traffici. Anzi, l’Italia risulta essere uno dei Paesi che esporta di più. Pochi giorni fa, ad esempio, la Procura della Repubblica di Massa ha disposto il sequestro penale di 82 tonnellate di rifiuti, contenute in quattro container, pronti per essere imbarcati verso l’Africa. Le indagini sono iniziate nel corso di un controllo di routine ai varchi di ingresso del porto toscano per un container diretto in Tunisia che doveva contenere rifiuti tessili.

Invece sono stati trovati anche scarti in materie plastiche, pellame e rifiuti elettrodomestici Raae. Analoga scoperta anche in altri tre container della stessa società speditrice che recavano lo stesso contenuto dichiarato e il medesimo Paese di destinazione. Oltre ad abiti dismessi sono stati trovati anche vecchi elettrodomestici, scarpe e giocattoli, per l’esportazione dei quali era necessaria una diversa procedura. All’inizio di marzo era stata smantellata una rete criminale che organizzava il traffico internazionale di rifiuti pericolosi diretti in Tunisia per essere illegalmente bruciati, coinvolgendo anche esponenti della Regione Campania. L’inchiesta aveva preso il via nel 2020, dopo che la Regione Campania adottò un provvedimento con il quale affidava a un’azienda privata lo smaltimento in Africa di rifiuti speciali. Per questa vicenda, sono state emesse 11 misure cautelari. A gennaio, invece, la guardia di finanza all’Interporto Bentivoglio (Bologna) aveva fermato un container diretto, appunto, in Ghana. Tre imprese sono state denunciate per traffico illecito di rifiuti e falsità ideologica: volevano rivendere un container pieno di pneumatici usati, vecchi frigoriferi ed elettronica usurata.

L’attività investigativa

Per le forze dell’ordine italiane non è semplice riuscire a intercettare questi traffici verso i Paesi africani. La cooperazione internazionale di polizia, che si collega anche all’assistenza giudiziaria tra gli Stati, si è rivelata la strategia più efficace contro i traffici transnazionali della criminalità ambientale organizzata. Come spiegano le forze dell’ordine «gli scambi info-operativi, oltre ad aggiornare e condividere le informazioni sui modus operandi criminali, hanno consentito l’attivazione di un numero rilevante di investigazioni riguardanti spedizioni transfrontaliere sospette o ritenute illecite, dirette o in transito in diversi Paesi».

Un problema globale

Il Global e-Waste Monitor 2024 delle Nazioni Unite ha recentemente presentato un quadro inquietante: nel 2022, la quantità di rifiuti elettronici generati a livello mondiale è stata di circa 62 milioni di tonnellate, sufficienti a riempire più di 1,5 milioni di camion da 40 tonnellate. Le proiezioni del report per il futuro non sono positive: se non saranno adottate misure concrete, entro il 2030 si arriverà a produrre oltre 74 milioni di tonnellate di e-waste cioè di rifiuti elettronici.

Fonte: LaStampa

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