Elezioni in Bosnia ed Erzegovina: Affluenza bassa e nazionalismo in aumento
Domenica, in Bosnia Erzegovina, si svolgeranno elezioni complesse che coinvolgeranno l’elezione di 13 parlamenti e due presidenze in una nazione di 3,5 milioni di persone, numero inferiore a quello della Toscana ma di superficie più che doppia rispetto alla Sicilia. Le aspettative di affluenza sono basse, poiché molti cittadini hanno perso fiducia nei politici e non si attendono cambiamenti, riporta Attuale.
Dopo la guerra degli anni Novanta, la Bosnia Erzegovina rimane un paese diviso tra i gruppi etnici principali: bosgnacchi (musulmani bosniaci), serbi (generalmente ortodossi) e croati (cattolici). Per mobilitare il voto, molti partiti fanno ricorso al nazionalismo, un approccio che quest’anno si è rivelato più semplice, grazie alla recente morte di Ratko Mladić, ex generale serbo bosniaco, avvenuta a fine agosto.
La campagna elettorale, iniziata il 4 settembre, è stata segnata dai funerali di Mladić il 7 settembre, che hanno alimentato dibattiti acceso e polarizzanti. Condannato per crimini di guerra e genocidio da un tribunale internazionale, Mladić è considerato un eroe da molti serbi, tanto che il governo serbo ha organizzato funerali di Stato in sua memoria.
La guerra, combattuta tra il 1992 e il 1995, ha provocato oltre 100mila morti e più di due milioni di profughi in un paese di poco più di 4 milioni di abitanti. Gli accordi di pace del 1995 hanno creato istituzioni complesse, tentando di mantenere un delicato equilibrio tra i gruppi etnici.
Oggi, la Bosnia Erzegovina è divisa in due entità: la Republika Srpska, a maggioranza serba, e la Federazione, abitata da bosgnacchi e croati, la quale è a sua volta suddivisa in 10 cantoni, e comprende anche un distretto autonomo. Generalmente, i bosgnacchi sono favorevoli a uno stato centrale forte, mentre serbi e croati reclamano maggiore autonomia.
Negli appuntamenti elettorali di domenica, gli elettori sceglieranno i tre membri della presidenza dello Stato—un serbo dalla Republika Srpska, un croato e un bosgnacco dalla Federazione—il presidente della Republika Srpska, e i parlamenti dello Stato, della Federazione e della Republika Srpska.
Per i politici serbi, la morte di Mladić ha segnato l’inizio effettivo della campagna elettorale. Molti esponenti del governo e dell’opposizione hanno partecipato al funerale, pronunciando discorsi nazionalisti, mentre in diverse città della Republika Srpska si sono tenuti eventi commemorativi.
Al contrario, alcuni politici bosgnacchi hanno adottato un tono aggressivo. Bakir Izetbegović, leader del principale partito bosgnacco, ha invocato sanzioni contro la Serbia; Željko Komšić, membro croato uscente della presidenza, ha accusato i leader della Republika Srpska di essere “potenziali criminali di guerra”.
Durante la campagna, i partiti hanno continuato a sfruttare slogan identitari e messaggi legati alla guerra, senza però affrontare le questioni concrete che affliggono la Bosnia Erzegovina, uno dei paesi più poveri della regione. L’alto tasso di disoccupazione, la corruzione dilagante e la scarsa qualità delle infrastrutture e dei servizi, in particolare nelle zone rurali, non hanno ricevuto attenzione sufficiente. Il sistema istituzionale, infatti, attribuisce troppo potere ai nazionalisti, rendendo difficile la formazione di accordi e compromessi, con un governo centrale paralizzato da decenni.
Nonostante la Bosnia Erzegovina sia formalmente candidata per l’ingresso nell’Unione Europea, le riforme richieste non sono state ancora adottate. Negli ultimi dieci anni, oltre 600mila bosniaci hanno lasciato il paese, e alle ultime elezioni nel 2022 l’affluenza era stata del 51,4%, con previsioni simili per il voto di domenica.
Non ci sono sondaggi ufficiali, ma i partiti nazionalisti si sono radicati tra la popolazione, con elettori devoti che scambiano favori e posti di lavoro per voti. Tra i bosgnacchi, ci si aspetta un buon risultato per il Partito d’Azione Democratica (SDA), tra i croati per l’Unione Democratica Croata (HDZ BiH) e tra i serbi per l’Alleanza dei Socialdemocratici Indipendenti (SNSD).
Nel frattempo, in Federazione, potrebbero ottenere consensi anche i progressisti della coalizione tra il Partito Socialdemocratico (SDP BiH), Il Nostro Partito (NS) e Popolo e Giustizia (NiP), attratti da un elettorato moderato, specie nelle grandi città come Sarajevo e Tuzla. Nonostante abbiano governato, i risultati conseguiti nel precedente mandato sono stati limitati, anche a causa della necessità di alleanze con i nazionalisti.
Infine, uno sviluppo da monitorare è la situazione in Republika Srpska, dove l’SNSD, guidato da Milorad Dodik, è al governo dal 2006. Politico estremista noto per le sue minacce di secessione e il suo orientamento filorusso, Dodik non potrà candidarsi a causa di una condanna per “ribellione”, ma la sua influenza rimane forte nonostante non sia più presidente.
Il declino della popolarità di Dodik e del suo partito è evidente, e sebbene i suoi sostenitori possano ancora mantenere potere, il panorama politico potrebbe non cambiare drasticamente, visto che molti partiti serbi condividono le sue posizioni.