Roma, 7 dicembre 2025 – Sulla tavola di Natale potremmo trovare un regalo: la cucina italiana è infatti candidata a diventare patrimonio Unesco, il verdetto finale è atteso “durante la sessione del Comitato a Nuova Delhi il 10 dicembre”, riporta Attuale.
Verso i 70 miliardi di export agroalimentare
I nostri gioielli. Buoni come il Parmigiano Reggiano con il prosciutto, un piatto di pasta accompagnato da un calice di vino, una fetta di pane e olio, una piadina o un panettone appena sfornati. Buoni come le infinite varietà del Made in Italy, una ricchezza unica al mondo che non è stata travolta dalle previsioni nefaste sui dazi di Trump e si prepara a sfondare il record dei 70 miliardi di export.
Dop, Igp, Stg: siamo i primi in Europa
Con 331 prodotti Dop, Igp, Stg (l’ultima sigla indica le specialità tradizionali garantite), siamo il primo paese in Europa per cibo a indicazione geografica, il fatturato sfiora i 9 miliardi e supera i venti se aggiungiamo i vini (530 varietà Dop e Igp) e gli spiriti (36), come ci ricorda l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita (i dati sono riferiti al 2024).
Coldiretti allarga l’orizzonte e pesa in 707 miliardi di euro la filiera agroalimentare allargata, dai campi alla grande distribuzione, “la prima ricchezza del Paese, come venti Finanziarie”, è la didascalia. Un paniere sempre più ricco, dal 1° dicembre infatti si può richiedere una Igp anche per i prodotti artigianali e industriali, vale per gioielli e pietre naturali, tessuti e vetro.
“Più forti dei dazi e delle guerre”
Sullo sfondo c’è sempre quella stima record, oltre 70 miliardi di export per il cibo. Mauro Rosati, direttore generale di Fondazione Qualivita, riconosce: “Sicuramente è una sorpresa rispetto al problema dazi che poi è stato in qualche modo contenuto. I prodotti italiani sono più forti anche delle guerre”. Non solo. “Negli ultimi otto anni abbiamo dovuto fare i conti con 55mila barriere doganali, quindi ci siamo abituati a superare gli ostacoli. Abbiamo a che fare con nazioni fortino per mille motivi, non solo per le 55 guerre in corso a più livelli, ma anche per le barriere commerciali e doganali. Ormai gli italiani hanno fatto esperienza su come agire nei mercati. La dinamicità delle nostre aziende permette di trovare soluzioni. In questi anni abbiamo saputo vendere”.
“C’è voglia di Italia e Made in Italy”
“C’è una gran voglia di Italia, di prodotti originali, di vero Made in Italy. E questa è anche la chiave per cui si spiega oggi a livello internazionale la grande attrattività del nostro paese, che genera un valore attraverso il turismo enogastronomico”. Rosati – che nella vita di prima gestiva discoteche – “ma allora erano luoghi di socialità”, con il suo inconfondibile accento toscano risponde così anche all’insidia dell’italian sounding, e vede due strade. “Parmesan o cambozola, che fanno il verso a Parmigiano Reggiano e gorgonzola, sono senz’altro un problema. In paesi come la Corea diventano la stessa cosa, la questione è seria perché quei prodotti che ‘suonano italiani’ hanno una potenza industriale importante. Ma in alcuni casi, questo fenomeno ha permesso alle nostre aziende di conquistare nuovi mercati, con un effetto scouting: si crea il bisogno, se ci sono italiani capaci riescono a spiegare la differenza”.
Cucina italiana e verdetto Unesco
Nei prossimi giorni sapremo se la cucina italiana sarà riconosciuta patrimonio Unesco. Cosa significa? “Una grande occasione che non possiamo perdere – è convinto il direttore di Fondazione Qualivita, impegnata da 25 anni nella promozione dei prodotti Dop, Igp, Stg, nella ricerca scientifica e socio-economica -. Ma con l’Unesco, sia chiaro, non c’entrano nulla le ricette. Siamo in gara perché la cucina italiana, intesa come convivialità, è un grande momento educativo”. Allora questa dev’essere l’occasione per “costruire una vera strategia, prima di tutto dobbiamo riallacciare i rapporti con i tantissimi ristoranti italiani all’estero, che rappresentano una grande fonte di produzione ma anche di distribuzione dei nostri prodotti. E bisogna tornare a cucinare, anche per far ripartire i consumi in Italia. Perché altrimenti non si vanno a comprare l’asiago o il culatello Dop”.