Continua la repressione del regime iraniano contro il dissenso e i media

21.01.2026 13:25
Continua la repressione del regime iraniano contro il dissenso e i media

Iran: il regime intensifica la repressione contro i dissidenti

Dopo aver fermato con uccisioni di massa le enormi proteste delle scorse settimane, il regime iraniano sta continuando a reprimere il dissenso. Con arresti e confische, il regime perseguita gli oppositori anche per via giudiziaria, mentre le restrizioni ai media continuano a limitare le comunicazioni. Inoltre, internet continua a essere bloccato, rendendo estremamente difficili le comunicazioni e limitando la disponibilità delle informazioni su quello che sta succedendo, riporta Attuale.

Durante le proteste di inizio gennaio, le più grandi da quelle della rivoluzione islamica del 1979, il procuratore generale iraniano aveva chiesto di confiscare i beni dei manifestanti come ritorsione, e questa iniziativa sta già avendo luogo. La magistratura ha avviato indagini su 25 persone note nel paese, ordinando in alcuni casi il sequestro dei loro beni. Inoltre, è stato disposto il sequestro di circa sessanta bar accusati di aver facilitato le proteste.

Questi numeri, sebbene contenuti rispetto a quelli delle persone uccise durante le manifestazioni, sono emblematici delle intenzioni punitive del regime. Le uccisioni confermate variano tra le 3.428 e le 4.519, secondo le ultime stime delle ONG iraniane che raccolgono informazioni dall’estero. È probabile che il numero reale sia molto più alto, e persino il regime ha ammesso che ci sono state “migliaia” di vittime.

Utilizzando una retorica manipolativa, il regime colpevolizza i manifestanti per autoassolversi e attribuisce a “nemici esterni” le uccisioni perpetrate dalle sue forze di sicurezza. Per quanto riguarda i sequestri, la magistratura afferma che questi beni serviranno per ripagare i danni causati dalle manifestazioni.

Il regime mira a colpire anche personaggi noti, tra cui atleti e attori, accusandoli di essere responsabili dei danni arrecati dalle proteste. “Chi ha invitato le persone a chiudere i negozi e ha sostenuto i facinorosi con messaggi e storie sui social è responsabile dei danni”, ha dichiarato un deputato della commissione Affari interni del parlamento. Queste persone sono indagate per sostegno diretto o indiretto al terrorismo.

Alcuni attori avevano firmato una dichiarazione a favore delle proteste da parte della Iranian House of Cinema, mentre il regista Jafar Panahi, vincitore della Palma d’oro al festival di Cannes lo scorso anno, ha denunciato l’uccisione del suo collega Javad Ganji e le nuove intimidazioni subite: “Il regime sta cercando di cancellare il massacro dei manifestanti minacciando gli artisti e seppellendo la verità sotto la repressione giudiziaria”. Registi come Majid Barzegar e Behtash Sanaeeha sono stati interrogati per ore.

Lunedì, le autorità hanno chiuso il quotidiano riformista Ham-Mihan, accusato di aver paragonato le recenti proteste a quelle del 1979 e di aver documentato la situazione negli ospedali durante le incursioni delle forze di sicurezza del regime. Ham-Mihan era tra i pochi media iraniani a raccontare le uccisioni in un contesto di stampa controllata.

Inoltre, il regime sta cercando di creare nuovi ostacoli alla comunicazione con l’esterno e occultare le prove dei massacri. La procura generale ha dichiarato che avere contatti con i media di opposizione sarà considerato un crimine, equiparando l’invio di materiali a organizzare cooperazione con un gruppo terroristico.

Grazie al lavoro di media come Iran International e l’agenzia HRANA, che raccolgono testimonianze nonostante il blocco, stanno emergendo ulteriori informazioni sulla repressione delle manifestazioni. Gli agenti delle forze di sicurezza stanno cercando i manifestanti casa per casa e circolano video che mostrano tracce di sangue lasciate visibili nei giorni successivi alle manifestazioni.

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