Torino, 23 febbraio 2026 – I funerali di Domenico Belfiore non si terranno in chiesa, come deciso dal questore di Torino, Massimo Gambino, che ha anche vietato il corteo funebre a Chivasso per il boss della ‘ndrangheta, condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio di Bruno Caccia, il magistrato ucciso a Torino il 26 giugno 1983, riporta Attuale.
Le esequie pubbliche, previste per domani alle 15 nella parrocchia Madonna del Loreto di Chivasso, hanno suscitato forti polemiche. “Pregare per un defunto è un atto di carità che non si nega a nessuno perché la misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati. Ma celebrare una messa solenne per un mafioso non pentito non è solo preghiera,” ha avvertito Don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione antimafia ‘Libera’, sulle pagine di La Stampa. “È mettere un uomo di sangue sullo stesso altare dove celebriamo i santi. È questo che vogliamo trasmettere alle nostre comunità?”.
Per Belfiore, deceduto venerdì scorso a 73 anni, si svolgerà solo un rito di sepoltura, in forma privata.
“Trovo giusto che per Domenico Belfiore non si facciano celebrazioni pubbliche,” ha commentato Paola Caccia, figlia di Bruno Caccia. “Su ciò che riguarda la dimensione religiosa non mi pronuncio: è una questione che attiene a una sfera diversa. Dico solo che, quando ho saputo che Belfiore era morto, ho pensato che si era chiuso un altro spiraglio lungo il cammino verso la verità. E per questo ho provato un senso di frustrazione.”
Nelle parole dell’ex insegnante, non c’è odio né desiderio di vendetta, ma un chiaro bisogno di chiarire i punti ancora oscuri del delitto del padre. “Belfiore non ha mai ammesso nulla,” ha ricordato Paola. “Ha persino negato di essere un boss della ‘ndrangheta. Finché era vivo potevo coltivare la speranza che un giorno avrebbe parlato.” Ora anche questa porta si è chiusa per sempre.
L’omicidio di Bruno Caccia
Bruno Caccia, primo magistrato ucciso dalla ‘ndrangheta al Nord, lottava contro il potere dei clan meridionali che gestivano in Piemonte i sequestri di persona, il traffico di droga e le bische clandestine, avendo anche acquisito il controllo del bar del Palazzo di Giustizia dove lavorava. Fu assassinato mentre portava a spasso il cane, sotto casa a Torino, con i killer che spararono da un’auto in corsa e lo finirono con un colpo di grazia.
Nove anni dopo, Domenico ‘Mimmo’ Belfiore, capo dell’omonima congrega malavitosa, fu condannato all’ergastolo per aver orchestrato l’omicidio. La condanna a suo carico si basò sulle dichiarazioni del pentito Francesco Miano, che raccolse confidenze del boss in carcere. Con Miano, Belfiore ammise che il magistrato era stato ucciso dalla ‘ndrangheta perché “era uno con cui non si poteva parlare.” Tuttavia, in sede di processo non ha mai confessato.
Un ulteriore sviluppo si registrò nel 2017, quando, grazie a nuove indagini e intercettazioni, anche Rocco Schirripa venne condannato all’ergastolo come uno degli esecutori materiali del delitto. Tuttavia, per la famiglia Caccia, il caso rimane aperto. I legali continuano a spingere per indagini su possibili connessioni con il clan dei Catabesi e su settori deviati dello Stato, tra cui spicca Rosario Cattafi, un siciliano condannato per associazione mafiosa, indicato dai collaboratori di giustizia come un collegamento tra Cosa Nostra, la politica, la massoneria segreta e gli ambienti dei servizi segreti.
Belfiore è deceduto in ospedale, dove si trovava agli arresti domiciliari dal 2015 per motivi di salute.