Europa approva prestito di 90 miliardi all’Ucraina nonostante le riserve del Belgio e di Orbán

20.12.2025 07:55
Europa approva prestito di 90 miliardi all'Ucraina nonostante le riserve del Belgio e di Orbán

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
BRUXELLES – Il vertice di giovedì è stato il più importante di quest’anno perché i leader dei Ventisette dovevano decidere come trovare 90 miliardi per sostenere l’Ucraina nel 2026 e 2027: l’Unione europea si giocava la reputazione. Ma è stato anche il più interessante per il grado di imprevedibilità che lo ha caratterizzato, riporta Attuale.

Eppure fin dalla settimana precedente, con un momento rivelatore alla vigilia, alcuni indizi avrebbero potuto far pensare che la soluzione meno popolare — un prestito a Kiev con debito comune garantito dal bilancio Ue — avrebbe avuto la meglio, nonostante la vulgata volesse che l’opzione preferibile fosse un prestito di riparazione basato sui beni russi immobilizzati.

Il Belgio, in cui risiede la società Euroclear che detiene 185 dei 210 miliardi di euro di asset russi congelati nell’Ue, ha sempre espresso in modo chiaro la sua contrarietà a meno che non fossero soddisfatte alcune garanzie di fronte al rischio di ritorsione legale da parte di Mosca. Ma solo quando la richiesta di garanzie illimitate nell’importo e nel tempo ha preso forma nelle conclusioni del vertice, allora i leader hanno realizzato in profondità la complessità dell’operazione, nonostante fosse stata ampiamente discussa a livello di ambasciatori.

A rompere il velo di Maya ci ha pensato Giorgia Meloni, che è intervenuta per terza, dopo il premier belga Bart De Wever e il cancelliere austriaco Christian Stocker. Roma già la settimana scorsa aveva formalizzato i propri dubbi legali. Fatta eccezione per uno Stato pronto ad accettare le richieste del Belgio (non la Germania), è risultato chiaro che gli altri Paesi non lo avrebbero fatto. Allora il presidente del Consiglio europeo António Costa ha chiesto al premier ungherese Viktor Orbán se fosse disposto a sostenere il prestito con il debito comune, che implica un voto all’unanimità: «È molto difficile impedire a tedeschi, italiani e francesi di portare avanti qualcosa — ha risposto, secondo quanto riferito —. Accetto una cooperazione leale purché l’Ungheria sia esentata.»

Alla vigilia del vertice il premier ungherese aveva anticipato su X che «i brussellesi hanno fatto marcia indietro, i beni russi non saranno sul tavolo del vertice Ue». La Commissione si era affrettata a smentire. A Bruxelles ora c’è chi pensa che Orbán abbia giocato il ruolo del kingmaker, togliendo gli altri dall’impasse e mettendo nell’angolo il cancelliere tedesco Merz e la presidente della Commissione von der Leyen che hanno spinto con forza per l’uso degli asset russi. Per altri è Meloni a essersi ritagliata il ruolo di queenmaker.

Ma forse il vero kingmaker è stato proprio Costa, che fin dal vertice di ottobre aveva assicurato che l’Ue avrebbe trovato un modo per aiutare Kiev senza insistere su alcuna opzione, avendo ben chiaro però che c’erano una soluzione più semplice ma con alcuni caveat e una molto innovativa, apparentemente meno costosa, ma molto più difficile.

Il debito comune doveva però superare l’ostilità della Germania e dei Frugali oltre quello di Orbán. Costa non ha forzato la mano, ha lasciato che Merz e von der Leyen andassero avanti. E li ha aspettati al vertice, il fiume che l’Ue avrebbe giocoforza dovuto attraversare. Certo Orbán si è reso disponibile facendo un favore a Trump (e a Putin). Ma alla fine la Germania e i Frugali hanno accettato un debito comune per 90 miliardi dopo appena sei ore di negoziato. Nessuno lo avrebbe immaginato anche solo pochi mesi fa.

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