Un razzo ha distrutto l’ingresso del carcere di Evin. I familiari dei detenuti sono in ansia per gli sviluppi della situazione. C’è chi teme che il regime possa approfittare di questi eventi per far «sparire» i dissidenti e chi, al contrario, spera in una possibile liberazione, riporta Attuale.
Il video che circola è in bianco e nero, proveniente dalle telecamere di sorveglianza. Mostra l’ingresso del complesso con la scritta in farsi: «Prigione di Evin». Dopo pochi istanti dall’inizio della ripresa, si sente un forte boato che segna l’esplosione. Detriti cadono e si registrano danni significativi alla struttura. Shiva Mahboubi, ex detenuta e portavoce del comitato per la liberazione dei prigionieri politici in Iran, ha dichiarato che ci sarebbero stati feriti, e ha riferito di ulteriori crolli all’interno della prigione, colpita in modo devastante dal bombardamento. Gli echi dell’evento segnalano che i Raid israeliani prendono aimai sui simboli del regime islamico, infliggendo umiliazioni visibili.
«Sono molto preoccupata per chi si trova all’interno», ha detto Mahboubi, esprimendo timori per la vita dei detenuti. Il rischio principale è rappresentato dalle possibili vendette da parte del regime, che potrebbe sfruttare il caos per eliminare fisicamente i prigionieri o trasferirli segretamente in luoghi sconosciuti. Come osserva l’antropologa franco-iraniana Fariba Adelkhah, le dittature spesso rivelano il loro vero volto attraverso i sistemi carcerari. Evin, una vera e propria fortezza della Repubblica islamica, è stata concepita nel 1972 dallo scià Mohammad Reza Pahlavi ed è passata da un uso originariamente limitato a una capienza attuale che supera i 15.000 detenuti.
Le famiglie degli incarcerati seguono con ansia le notizie. Sentono per un lato la paura per la sicurezza dei loro cari, dall’altro coltivano la speranza di un’imminente liberazione. A Evin, le pratiche di tortura e ricatto sono all’ordine del giorno. Una ex detenuta di nome Elahe Ejbari, racconta le sue esperienze traumatiche, incluse violenze fisiche e verbali subite durante gli interrogatori. I suoi racconti rappresentano solo una delle migliaia di storie simili a quella di Ejbari, con uomini e donne incarcerati perché temuti dal regime: politici, intellettuali, scrittori e attivisti.
In Iran, si sente spesso dire che l’opposizione organizzata è assente; ma coloro che si trovano dietro le sbarre rispondono che per trovare l’opposizione basta «aprire i cancelli di Evin». In questo istituto penitenziario sono passati nomi noti come il premio Nobel Narges Mohammadi e il regista Jafar Panahi. Anche la giornalista italiana Cecilia Sala è stata recentemente tra i detenuti di Evin.