I dazi ci sono, ma l’accordo statunitense non è altrettanto certo. Donald Trump ha definito l’intesa raggiunta con Ursula von der Leyen come «il più grande deal mai concluso», ma la storia delle sue alleanze porta con sé un alone di incertezza. Infatti, durante il suo primo mandato, Trump ha abbandonato un accordo commerciale con Canada e Messico, per poi annullare anche un nuovo trattato alla sua rielezione. Inoltre, la mancanza di un accordo formale con l’Unione Europea potrebbe rivelarsi una seria minaccia per le economie coinvolte. Se aziende italiane, francesi e tedesche percepiscono l’accordo scozzese come fragile e soggetto a ripensamenti, l’incertezza persisterà, causando una continua diminuzione degli investimenti europei.
In effetti, l’affidabilità dell’accordo stesso appare compromessa. L’Europa si impegna a ridurre i dazi al 15% invece del 30% per vasti settori dell’export verso gli Stati Uniti, a fronte di un impegno americano di fornire prodotti energetici per circa 750 miliardi di dollari. Considerando che il totale dell’export mondiale di energia statunitense ammonta a 141 miliardi di dollari l’anno, sorge spontanea la domanda: ha senso un impegno di tali dimensioni? Da un altro punto di vista, l’Italia dovrà spendere 30 miliardi di euro annui per acquistare gas liquefatto, nonostante già esistano contratti di lungo termine con fornitori come Algeria e Norvegia, rendendo quindi complicata la situazione economica.
Di fatto, la porzione dell’accordo riguardante l’acquisto di energia non sembra sostenibile. Inoltre, se si considerano gli investimenti per circa 600 miliardi di dollari da parte delle aziende europee negli Stati Uniti, l’Italia dovrebbe sostanzialmente raddoppiare il livello attuale di investimenti, concentrandoli tutti in un solo Paese; una prospettiva alquanto irrealistica. Questo offre a Trump la possibilità di accusare l’Europa di non fare la propria parte e, in caso di necessità, di minacciare azioni retributive.
Nel frattempo, gli investitori sembrano aver preso atto delle possibili conseguenze legate alla difesa, aumentando i titoli delle aziende americane, mentre i gruppi europei del settore hanno visto diminuire i loro valori azionari. Ciò suggerisce che i contributi provenienti dai budget europei potrebbero favorire nuove tecnologie e posti di lavoro negli Stati Uniti, a discapito dell’Europa.
Questa dinamica non è limitata al settore della difesa, ma include anche l’industria farmaceutica, che conta per l’Italia con esportazioni importanti verso gli Stati Uniti. Le borse di Francoforte e Parigi, dopo una reazione positiva iniziale, hanno subito una correzione in seguito alla consapevolezza della fragilità dell’intesa Trump-von der Leyen. Anche il mercato automobilistico, pur beneficiando di dazi ridotti, ha registrato cali significativi. Infine, l’euro ha perso valore, scendendo dell’1,27% rispetto al dollaro, un movimento notevole per due delle principali valute mondiali.
Questo scenario suggerisce che molti mettono in conto l’effetto reale delle precarie intese di Turnberry, portando a una nuova frenata dell’economia europea. Secondo Gilles Moec di Axa, si parla di una riduzione del prodotto interno lordo di mezzo punto percentuale, mentre Nicola Mai di Pimco prevede perdite di reddito che potrebbero sfociare in una recessione per l’Italia. È tempo di riflettere su come superare questa situazione di debolezza cronica, piuttosto che contare nuovamente sulla benevolenza di Trump, riporta Attuale.