María Corina Machado bloccata nel suo ritorno in Venezuela dopo il terremoto, riporta Attuale.
Il 28 giugno, la leader dell’opposizione venezuelana, María Corina Machado, annuncia in un’intervista a Fox News che è arrivato il momento di ritornare in Venezuela per partecipare ai soccorsi dopo il devastante doppio terremoto avvenuto la settimana precedente. Tuttavia, il 29 giugno, Machado pubblica un video dai Panama accusando il regime venezuelano di ostacolarle il rientro.
In realtà, Machado aveva già tentato due volte di tornare nel paese, come riportato da un’inchiesta del Wall Street Journal; la sua mancata riuscita è attribuita in larga parte all’opposizione del governo degli Stati Uniti, prima ancora che a quella del governo venezuelano.
L’amministrazione Trump considera inopportuno il rientro di Machado, temendo una crisi politica in un momento già delicato. Gli Stati Uniti si trovano in una posizione complessa, sostenendo sia Machado che l’attuale presidente Delcy Rodríguez, che sta gestendo i loro interessi economici, in particolare nel settore petrolifero.
Machado è la principale oppositrice del regime di Nicolás Maduro, deposto a gennaio dagli Stati Uniti attraverso un’operazione militare. Durante la sua permanenza in Venezuela, Machado era costretta a vivere in clandestinità a causa della repressione del dissenso. Fuggita lo scorso dicembre, ha trascorso la maggior parte del suo tempo a Washington.
Secondo quanto riportato, il 26 giugno, Machado ha preso un volo privato per Curaçao, un’isola caraibica vicina al Venezuela, con l’intenzione di fare ritorno in patria a bordo della stessa imbarcazione con cui era fuggita. Tuttavia, il suo aereo di ritorno, decollato da Washington, è stato costretto a rientrare poco dopo il decollo, confondendo i passeggeri. Nonostante la convinzione di avere l’approvazione del governo statunitense, le autorità a Curaçao hanno appreso successivamente che il piano non era stato autorizzato.
Da mesi, Machado esplicita il suo desiderio di tornare in Venezuela, ma la sua insistenza ha suscitato preoccupazione all’interno dell’amministrazione Trump, dove alcuni funzionari anonimi ritengono che il ritorno della leader dell’opposizione sia un’azione opportunistica. Gli Stati Uniti hanno ripetutamente esortato Machado a rimandare il suo rientro, soprattutto dopo il tentativo fallito del 26 giugno, quando le è stato comunicato da intermediari che non avrebbero potuto garantire la sua sicurezza e che il suo insistere avrebbe potuto compromettere il suo sostegno da parte di Trump.
L’importanza di mantenere il sostegno degli Stati Uniti è cruciale per Machado, poiché solo Washington è in grado di influenzare il governo di Rodríguez. La transizione di potere attualmente è inesistente e gli Stati Uniti spingono affinché vengano convocate nuove elezioni, a cui Machado intende partecipare. In un gesto simbolico, Machado aveva precedentemente regalato a Trump la medaglia del Nobel per la Pace che lei stessa aveva ricevuto nel 2025.
Il 27 giugno, il segretario di Stato statunitense Marco Rubio ha comunicato con Machado, chiarendo che gli Stati Uniti non avrebbero cercato di ostacolarla, ma ribadendo che il momento non fosse propizio per il suo ritorno in Venezuela. Il giorno seguente, Machado ha tentato nuovamente di imbarcarsi su un volo commerciale per Panama, ma la compagnia aerea ha negato l’imbarco temendo ripercussioni da parte di Caracas.
In seguito a questi eventi, Machado ha diffuso un video in cui accusa il regime di aver chiuso il proprio spazio aereo, omettendo però il ruolo svolto dagli Stati Uniti nella complessità della situazione.
L’amministrazione Trump mantiene una posizione ambigua, desiderando da un lato conservare una buona relazione con Machado per avere un controllo sui tempi di una potenziale transizione, dall’altro proteggere i propri interessi in Venezuela. Secondo fonti riportate dal Wall Street Journal, Trump ha contattato telefonicamente la presidente Rodríguez, chiedendole di non arrestare Machado qualora decidesse di tornare.
Di fronte a questa situazione, Rodríguez si trova a dover decidere se tollerare la sua principale avversaria, a favore dell’unità nazionale post-terremoto, o se fermarla, rischiando critiche internazionali e la crisi che gli Stati Uniti stanno cercando di evitare.