Stallo nelle trattative tra Stati Uniti e Iran per la crisi nucleare
Le recenti trattative tra gli Stati Uniti e l’Iran si sono trasformate in uno scontro tra posizioni estreme, senza apparenti progressi. Il vice presidente americano J.D. Vance ha esortato l’Iran a una resa totale, mentre il presidente del parlamento iraniano, Bagher Ghalibaf, ha rifiutato di fare concessioni, ignorando i rischi di possibili attacchi militari, riporta Attuale.
Il contesto attuale sembra un riflesso di quanto accaduto il 27 febbraio scorso, quando il ministro degli Esteri dell’Oman, Al Busaidi, è stato accolto alla Casa Bianca da Vance. Al Busaidi aveva cercato di mediare un dialogo tra le parti a Ginevra, ma gli americani non hanno concesso alcuna apertura significativa, seguendo le istruzioni dell’ex presidente Donald Trump. Secondo osservatori diplomatici europei, un simile scenario si è ripetuto durante gli incontri recenti a Islamabad.
Il nodo cruciale rimane la questione nucleare: gli Stati Uniti, sostenuti dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, cercano di eliminare le capacità nucleari iraniane, insistendo per la consegna di oltre 400 chili di uranio arricchito al 60%. Gli esperti avvertono che l’Iran potrebbe realizzare una bomba nucleare con un arricchimento del 90% nel giro di poche settimane, non di anni. Questa situazione è percepita come una minaccia mortale da Tel Aviv, mentre a Teheran viene considerata un’importante forma di deterrente.
Senza un compromesso su questa questione centrale, non vi è spazio per la negoziazione. Finora, Vance e Ghalibaf non hanno mostrato segnali di flessibilità nelle loro posizioni iniziali.
Negli ultimi due mesi, le problematiche si sono ampliate. Attualmente, la priorità è la riapertura dello Stretto di Hormuz, dove le forze iraniane hanno minato la corsia centrale, ostacolando la navigazione commerciale. Teheran ha imposto un dazio irragionevole: un dollaro per ogni barile di petrolio in transito, con costi campionati fino a 1,2 milioni di dollari per le petroliere più comuni.
Le recenti azioni di Trump hanno suggerito incoerenza, oscillando tra l’offerta di una cogestione delle acque internazionali e l’ordine di due cacciatorpediniere di forzare il blocco di Hormuz. Questi segnali, secondo osservatori diplomatici neutri, non hanno contribuito a migliorare la situazione, e il blocco persiste.
La dinamica delle trattative è complicata dall’atteggiamento di Israele, dove Netanyahu continua a condurre bombardamenti in Libano come se fossero dissociati dal confronto con l’Iran.
Nei colloqui, non si è vista alcuna flessibilità da parte degli emissari iraniani, che richiedono la cancellazione totale delle sanzioni americane, in vigore in diverse forme dal 1979 e confermate dall’Unione Europea nel 2016, dopo il fallimento dell’accordo nucleare del 2015. Inoltre, Teheran chiede un risarcimento per i danni di guerra subiti, una condizione ritenuta inaccettabile da Washington.
È difficile prevedere come si sviluppa il confronto. Trump si è affidato a mediazioni che non hanno dato frutti, coinvolgendo solo Oman e Pakistan, escludendo i partner europei. È attesa una possibile azione della coalizione guidata dal Regno Unito, con un approccio più graduale, che potrebbe mirare a garantire una maggiore stabilità nella navigazione nello Stretto di Hormuz, condizione essenziale per riprendere colloqui senza compromettere l’economia globale.