I profitti record delle compagnie petrolifere durante la crisi energetica in Medio Oriente

29.06.2026 16:35
I profitti record delle compagnie petrolifere durante la crisi energetica in Medio Oriente

Profitti delle multinazionali petrolifere aumentano durante la crisi energetica

Le società petrolifere stanno registrando profitti record malgrado la crisi energetica provocata dalla guerra in Medio Oriente, che ha messo sotto pressione il fabbisogno globale di petrolio e gas naturale. I guadagni sono stati favorito dalle dinamiche del trading, che ha visto un incremento delle attività di contrattazione e speculazione sul mercato petrolifero, riporta Attuale.

Le multinazionali acquistano e rivendono petrolio sia di loro produzione che di altri produttori, generando profitti dalle differenze di prezzo. Attraverso il trading, fungono da intermediari tra produttori minori e consumatori, come raffinerie e settori industriali, creando un’attività sempre più lucrosa.

I profitti si accumulano principalmente in due modi. Le multinazionali sfruttano le loro flotte di petroliere e oleodotti per acquistare petrolio al prezzo più basso e rivenderlo dove è più alto, oppure accumulano scorte quando i prezzi globali sono bassi, per poi rivenderle a prezzi superiori. Inoltre, la speculazione finanziaria tramite strumenti come i futures, consente di scommettere sull’andamento futuro dei prezzi.

Secondo l’Economist, il volume di petrolio commerciante dalle tre maggiori multinazionali europee – BP, Shell e TotalEnergies – attraverso il trading è cinque volte superiore alla loro produzione, collocandosi tra i 40 e i 50 milioni di barili al giorno. Queste aziende hanno accelerato i profitti, parzialmente triplicando il guadagno legato al trading previsto per il 2026.

BP, Shell e TotalEnergies hanno giustificato i loro profitti durante il conflitto grazie alle attività di trading, il che ha contribuito anche al rialzo delle loro azioni rispetto a quelle delle compagnie statunitensi. Total, per esempio, ha ottenuto circa un miliardo di euro acquistando petrolio dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Oman, rivendendolo a maggio quando i prezzi erano notevolmente aumentati.

Shell e Total hanno applicato strategie simili anche con il gas naturale liquefatto, approfittando dell’elevata domanda nel mercato. Questo riflette una tendenza simile a quella osservata durante la crisi energetica successiva all’invasione russa dell’Ucraina, dove furono sfruttate fluttuazioni di prezzo per massimizzare i guadagni.

Il trading porta con sé una significativa opacità, con le multinazionali che trattano queste operazioni come segreti industriali. Le loro divisioni di trading impiegano tra le 2.000 e le 3.000 persone, una piccola parte rispetto al personale totale, spesso assimilabile a banchieri d’investimento.

Le normative fiscali consentono di ottimizzare le tasse attraverso società registrate in giurisdizioni più favorevoli, rendendo il trading un’attività altamente redditizia. I bonus per i trader possono raggiungere cifre stratosferiche, amplificando ulteriormente i guadagni generati dalle operazioni di trading.

Al di fuori delle compagnie tradizionali, vi sono multinazionali focalizzate esclusivamente sul trading, come Vitol e Trafigura. Queste operano con minori restrizioni e sono state coinvolte in operazioni significative, come la vendita del petrolio venezuelano durante l’amministrazione Trump.

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