I consumi cinesi in calo minacciano l’economia globale
Le vendite al dettaglio in Cina hanno subito un calo dello 0,6% a maggio 2025 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, segnando il primo decremento dal dicembre 2022, quando il Paese stava ancora uscendo dai rigidi lockdown anti Covid. Questa situazione rappresenta un dato preoccupante per l’economia globale, poiché un’ulteriore stagnazione della domanda interna potrebbe comportare effetti a catena sulle economie di tutto il mondo, riporta Attuale.
La flessione dei consumi interni incide sulla produzione industriale e sulla crescita complessiva dell’economia cinese. Nonostante i dati negativi, le esportazioni sono aumentate del 20% su base annuale, indicando che le aziende cinesi si stanno orientando verso i mercati esteri per mantenere alti i tassi di produzione, aggravando la concorrenza per i produttori globali, dall’Europa al sud-est asiatico.
Il fondamentale problema della Cina è il basso livello dei consumi interni, che rappresentano circa il 40% del PIL. A differenza di economie più mature come quella degli Stati Uniti, dove la domanda interna conta per oltre il 65%, il modello di sviluppo cinese ha storicamente privilegiato il risparmio rispetto alla spesa. Al contempo, ci sono segnali di crescente insicurezza economica, dovuti a una crisi immobiliare in corso che ha visto il valore degli immobili crollare fino al 30% dal loro picco.
Con la disoccupazione giovanile in aumento e salari stagnanti, la fiducia dei consumatori è in calo, limitando le spese anche per beni necessari. Il reddito medio pro capite nel 2025 è stato di circa 430 euro, con una parte significativa della forza lavoro impiegata nella cosiddetta “gig economy”, in lavori precari e mal pagati. Queste condizioni economiche rendono difficile l’incremento dei consumi, che rimangono stagnanti.
Il governo cinese potrebbe adottare misure per stimolare la spesa interna, come tagli fiscali e sussidi, similmente a quanto fatto dai governi occidentali durante la pandemia. Tuttavia, c’è una resistenza interna: le autorità preferiscono mantenere un controllo rigoroso sui consumi per garantire che la produzione segua le priorità politiche piuttosto che quelle economiche. Questo approccio ha portato a una situazione in cui non solo i consumatori sono riluttanti a spendere, ma il governo stesso non favorisce un aumento dei consumi, per timore che possa deviare risorse dalle sue priorità strategiche.
La risultato di questa dissonanza è il “China Shock”, un fenomeno che sta creando serie difficoltà a settori produttivi in tutto il mondo, come dimostrano le perdite di posti di lavoro in Germania e in Indonesia. L’Unione Europea sta prendendo in considerazione misure di ritorsione commerciale contro la Cina, mentre il regime di Xi Jinping sembra intenzionato a proseguire con una politica improntata sugli obiettivi interni piuttosto che sull’equilibrio con le esigenze globali.
In conclusione, la crisi del consumo interno cinese rappresenta non solo una sfida per l’economia del Paese, ma rischia di innescare una serie di conseguenze a catena a livello internazionale, secondo una dinamica che minaccia di intensificare le tensioni commerciali già esistenti.