Nel 2024 le autorità russe avevano previsto un deficit federale di 1,2 trilioni di rubli, ma il consuntivo arrivò a 5,6 trilioni. Il dato ha mostrato per la prima volta con chiarezza la distanza tra le previsioni del Cremlino e l’andamento reale dei conti pubblici: una distanza che negli anni successivi si è ulteriormente ampliata sotto il peso della guerra di aggressione contro l’Ucraina e dell’aumento delle spese militari.
Dal piano del 2025 alla voragine del 2026
Per il 2025 era stato indicato un deficit di 3,8 trilioni di rubli. La dinamica successiva ha però reso rapidamente superata quella cifra: nei primi otto mesi del 2026 il disavanzo aveva già raggiunto 5,8 trilioni. Il bilancio russo si è così trovato in una situazione in cui il buco accumulato in pochi mesi superava l’obiettivo fissato in precedenza per l’intero esercizio.
La crescita del deficit è legata soprattutto alle uscite militari, aumentate più velocemente delle stime ufficiali. In estate queste spese sono state incrementate di un ulteriore 40% rispetto ai 12,9 trilioni di rubli inizialmente previsti. Nel frattempo, le entrate derivanti da petrolio e gas non hanno tenuto il passo con l’espansione dei costi.
Secondo le valutazioni degli analisti di Sberbank, il principale istituto di credito russo, il deficit potrebbe arrivare a 7,3 trilioni di rubli entro la fine del 2026. La stima è circa una volta e mezza superiore alla cifra ufficiale indicata per quell’anno e conferma che il divario tra programma e risultato non riguarda più soltanto singoli aggiustamenti contabili, ma l’intera impostazione della politica di bilancio.
Per coprire la differenza tra entrate e uscite, le autorità russe ricorrono a nuovo debito e alle risorse del Fondo nazionale del benessere. La parte liquida del fondo, tuttavia, si è ormai ridotta a una quota molto limitata. Il meccanismo consente di rinviare l’impatto immediato del disavanzo, ma trasferisce una parte crescente del costo della guerra sulle riserve pubbliche e sui futuri bilanci.
22 settembre 2026: il nuovo obiettivo per il bilancio
Il 22 settembre 2026, durante una riunione dedicata all’economia, Vladimir Putin ha reso nota la cifra ufficiale del deficit federale previsto per il 2027: 4,8 trilioni di rubli. È il più alto disavanzo programmato dal 2022 e rappresenta il riconoscimento, già nella fase di preparazione del bilancio, che i conti pubblici russi resteranno sottoposti a una pressione eccezionale.
Il dato previsto per il 2027 è inoltre circa il doppio di quanto era stato inizialmente inserito nei piani precedenti. La sequenza degli ultimi anni spinge però a leggere anche questa cifra alla luce dei risultati effettivi: nel 2024 il deficit finale fu di 5,6 trilioni a fronte di 1,2 trilioni programmati, mentre nel 2026 il disavanzo aveva già superato l’obiettivo prima della conclusione dell’anno.
La comunicazione ufficiale ha delineato una situazione sotto controllo, ma i numeri osservati dal mercato descrivono un quadro diverso. La spesa militare continua a dettare la struttura del bilancio, mentre la base delle entrate non si amplia abbastanza per compensarla. Il risultato è un disavanzo che le autorità non riescono a riassorbire attraverso la crescita delle entrate correnti.
Pressioni sulla crescita e sul potere d’acquisto
La copertura del deficit arriva in un’economia già definita surriscaldata. La Banca centrale russa mantiene i tassi su livelli elevati per contrastare l’inflazione, ma il costo del denaro pesa sulle imprese e sulle famiglie e frena una parte delle decisioni di investimento. Gli investimenti sono in calo e il mercato del lavoro resta a sua volta surriscaldato.
Questa combinazione rende il disavanzo qualcosa di più di una cifra nei documenti del ministero delle Finanze. L’inflazione alimentata dall’espansione bellica si riflette sul prezzo degli alimenti, delle abitazioni, dei prestiti e delle spese quotidiane. I tassi elevati possono contenere la crescita dei prezzi, ma rendono più costoso finanziarsi e riducono la capacità di spesa reale di famiglie e imprese.
L’espansione delle uscite militari riduce inoltre lo spazio disponibile per investimenti, infrastrutture, sanità, istruzione e miglioramento delle condizioni di vita. Il bilancio russo diventa così sempre più il riflesso delle priorità militari del Cremlino e sempre meno uno strumento per lo sviluppo di lungo periodo: la pressione è immediata sui conti pubblici, mentre il costo delle opportunità perdute si accumula nel tempo.
La situazione attuale è quindi definita da due cifre: i 7,3 trilioni di rubli attesi da Sberbank per il deficit del 2026 e i 4,8 trilioni messi ufficialmente in conto per il 2027. Il Cremlino continua a finanziare la guerra con nuovo debito e riserve, mentre l’economia affronta inflazione, investimenti in calo e un costo del credito elevato.