Il Natale civile della Repubblica

25.04.2024
Il Natale civile della Repubblica
Il Natale civile della Repubblica

Una giornata di sole per ritrovare la forza di operosi guardiani. Festeggiamo un Natale civile che si rinnova perché la Repubblica viva

Ci sarà oggi da qualche parte il sole? Sarebbe bene che ci mettesse un po’ di buona volontà anche lui oggi, sarebbe bello se ritornasse ad aver voglia di far festa, di far festa con noi. Noi, i figli, i nipoti, i pronipoti della Repubblica. E sarà bello se avremo davvero voglia della festa, se ci va di tornare a ballare e lo farà anche chi non se ne ricorda più di quanta allegria ci sia nel ballo persino per gli sgraziati, se ci va di cantare, e lo farà anche chi si sente stonato, perché nessuno è stonato, ma solo intimidito dalla sua stessa voce, sarà bello nutrirci e dissetarci delle cose buone del giorno di festa, sarà bello riconoscerci e fare nuove conoscenze, che è così che vanno le feste. E la nostra festa sarà Resistenza, il primo e più efficace atto di resistenza attiva nel giorno che ci chiama a testimoniare quanto sia viva la Repubblica nel tempo che la si vuole seppellire nella smemoratezza della sua storia, della sua stessa ragione di fondazione.

Il 25 Aprile del 1945 sancisce un prima e un dopo inequivocabili e irrinunciabili. È festa, perché il prima è stato un incubo di sofferenza sotto il dominio della dittatura e della guerra, è festa perché il dopo è l’alba di una nazione di uomini liberi che giurano per la libertà, per la pace, per la giustizia, per la fratellanza, e torneranno a giurarlo nero su bianco sulla carta che si son dati, la Carta che edifica la Nazione. Teniamocelo ben a mente, il 25 Aprile non festeggia semplicemente un fatto accaduto, festeggia un natale civile che si rinnova ogni giorno in ogni atto perché la Repubblica viva e prosperi sulle sue radici, perché non si riduca a maceria di ciò che è stata. E più che mai teniamo ferma la coscienza che non è la celebrazione sempre più fredda e d’occasione, non è il rito sempre più smorto e vacuo, non sono le corone di alloro e le targhe che danno vita, ma sono l’azione, la perseveranza, la gioia dell’appartenenza, la resistenza sempiterna allo svilimento della smemoratezza che tengono in vita la Repubblica. Cerchiamo quel po’ di sole allora, staniamolo anche se le previsioni sembra che diano neve, e festeggiamo la vitalità di quel giuramento, felicità pubblica in questo tempo di mestizia.

Già, la Felicità Pubblica di Hannah Arendt, la felicità che si prova quando si agisce di concerto in uno spazio pubblico per un fine collettivo. Lo spazio e i corpi, dunque; occupiamo lo spazio e facciamo pubblico con i nostri corpi. Oggi e sempre resistenza, resistenza al tempo dell’infelicità; l’infelicità pubblica che si fa personale, i corpi pervertiti in alias digitali, il concerto ridotto all’inconsistenza materiale dei social, l’infelice, avvilente illusione che un video o un post ci esimano dall’essere. A Pisa i poliziotti non hanno avuto ordine di manganellare dei post, ma le teste dei ragazzini. Io non so se questo governo sia di matrice fascista, parafascista, post fascista, nazionalista, sovranista o che altro; quello che so con certezza è che i suoi atti, i quotidiani atti di governo, la quotidiana affermazione di potere, il potere che gli hanno consegnato gli elettori non un colpo di stato, l’ostensione proterva di quel potere, non sono che atti di vandalismo contro le stesse ragioni fondanti della Repubblica. Un governo reazionario che reagisce alla pulsione progressiva della storia senza nemmeno l’ombra di un pensiero abbastanza forte per poterla determinare; il teppismo della censura, delle manganellate, del razzismo, dell’ordine sancito dalla paura, della prevaricazione istituzionale, non basta a riscrivere a loro piacere la storia della Repubblica, ma è sufficiente per svilirla, per consumarla, eroderne le fondamenta, per farne maceria, e dalle macerie suppura il disegno di una nuova Repubblica, non più la nostra, la loro.

È per questo, tanto per citare l’ultimo, e mentre scrivo probabilmente ormai penultimo, atto di teppismo, che la solidarietà a Antonio Scurati non è solo la solidarietà dovuta a un uomo libero, ma è solidarietà e sostegno alla Repubblica. Sì, penso che la Repubblica sia in pericolo. Ma lo penso da ben prima l’insediamento di questo governo. La Repubblica non è una legge affissa all’albo pretorio, la Repubblica è un essere vivente, giorno per giorno è esposta alla vita e alla morte, nata di forte e robusta Costituzione, cresciuta nella fragilità di un ideale che ha avuto sin dalla sua infanzia potenti avversatori, ogni momento bisognosa di cura e manutenzione. Così per questo nostro giorno di tanto sperato sole voglio raccontarvi di un giorno piovoso in San Giovanni in Persiceto, un bel paese padano e una bella comunità. Quel giorno un anziano signore, uno degli ultimi vecchi rimasti a portare memoria, mi ha mostrato una via nel centro del paese e nella via la finestrella di una cantina. Vedi, nell’aprile del ’44 ero un bambino nascosto in quella cantina e dalla finestra ho visto una squadra di SS, le baionette dei fucili puntate contro dei ragazzi incatenati, li portavano a morire, fucilati perché li sospettavano dei banditen. Dieci anni dopo io ero diventato un apprendista falegname e lavoravo in un fondo, quello lì, a due passi dalla cantina, in un altro giorno di primavera, ho visto i carabinieri con i loro fucili puntati sulle mondine, tutte ragazze giovanissime, che stavano scioperando e manifestando per avere un salario decente. No, non le hanno fucilate, ma con il calcio dei moschetti le hanno picchiate e poi, cosa anche peggiore per le ragazze, hanno distrutto le loro biciclette, così che non potessero più andare a lavorare nelle risiere laggiù nella bassa, che in bicicletta ci voleva più di un’ora per arrivarci e tornarsene a casa. Cosa ci dà la certezza che, magari in altro e meno vistoso apparecchiamento, non ci siano ancora moschetti pronti per essere puntati al petto della Repubblica? Ecco sorelle e fratelli miei repubblicani, figli, nipoti e pronipoti dei fondatori, il 25 aprile del 1945 non è che avessero molte certezze sull’avvenire, ma una certamente la professavano con tutta la passione che li possedeva, la resistenza sempiterna a che la storia che loro avevano mutato, radicalmente mutato, potesse volgersi indietro. Ora sta a noi, alla coscienza del nostro agire, stabilire se la certezza di quel giorno fosse illusione o mandato, se siamo gli abitatori degli atri muscosi e dei fori cadenti dei suoi resti, o gli operosi guardiani.

Fonte: LaStampa

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