Se il presidente americano usa la parola “tiranno”

25.04.2024
Se il presidente americano usa la parola “tiranno”
Se il presidente americano usa la parola “tiranno”

Il capo della Casa Bianca promette di ribaltare il corso della guerra e rilancia lo scontro di «civiltà». Al Cremlino tornano le purghe e scatta la corsa contro il tempo per sfondare le difese ucraine

Dopo averlo chiamato «killer», ora è il «tiranno»: firmando la legge sull’invio del pacchetto per 61 miliardi di dollari di aiuti all’Ucraina, e dicendo che l’America «non si inchina davanti a nessuno, certamente non davanti a Vladimir Putin», Joe Biden non solo promette di ribaltare il corso della guerra, ma lancia una sfida personale al capo del Cremlino. Del resto, Vladimir Putin da mesi andava ripetendo che per lui si trattava di una «guerra esistenziale», che non si esauriva nella sete postimperiale di nuovi territori, risentimenti alimentati da una rilettura della storia o calcoli economici per spartire tra gli oligarchi nuovi attivi dopo quelli della Crimea e del Donbass. In un certo senso, l’attacco del presidente americano – che ovviamente ha fatto infuriare i propagandisti dei talk show serali della tv russa – paradossalmente potrebbe piacere al dittatore russo, perché colloca lo scontro tra la Russia e l’Occidente sullo stesso piano sul quale vorrebbe vederlo Putin: una collisione tra «civiltà», dove la posta in gioco è la sopravvivenza e Mosca torna la capitale di un impero del Male, come all’epoca sovietica.

Una visione che tutto sommato appare lusinghiera per il revanscismo putiniano, che nasce e si alimenta della nostalgia per le glorie perdute della superpotenza comunista. Nella quale sarebbe stato impossibile immaginarsi uno scandalo come quello dell’arresto di Timur Ivanov, l’ex viceministro della Difesa accusato di tangenti miliardarie. Mentre a Washington Biden prometteva il ritorno allo scontro tra il Bene e il Male, a Mosca si discuteva dei lussi e delle truffe del viceministro, tra ville e yacht in Costa Azzurra, in quell’Occidente che il suo comandante in capo propone di combattere a costo di grandi sacrifici. Le ruberie di Ivanov erano state denunciate già anni fa da Alexey Navalny, e forse è per questo che alcuni media indipendenti come Vazhnye Istorii rivelano che il viceministro rischia una incriminazione per alto tradimento: probabilmente, al Cremlino ritengono meno umiliante dire ai russi di aver avuto un infiltrato ai vertici dell’esercito invece che mostrare ai soldati in trincea la storica magione nobiliare nella quale Ivanov abitava nel centro di Mosca.

Un arresto clamoroso che, secondo molti commentatori moscoviti, segnala uno scontro interno al Cremlino, forse un attacco al ministro della Difesa Sergey Shoigu, che aveva promesso a Putin rapide vittorie indolori. Di certo, Ivanov e Shoigu non appaiono personaggi all’altezza di quella guerra «esistenziale» che Putin ha deciso di trasformare nella missione del suo nuovo mandato al Cremlino. Di fronte a una guerra di «real politik» per colonie perdute – come molti filoputiniani avevano provato a presentare l’invasione dell’Ucraina nel 2022 – l’Occidente avrebbe anche potuto «congelare» il conflitto e addirittura dialogare con il regime di Mosca, nella consapevolezza che si trattava di una cleptocrazia corrotta, pur di allontanarlo dall’orbita cinese. La scelta di Putin di alzare la posta, di intensificare la retorica minacciosa, anche per convincere i russi alla vigilia delle cosiddette elezioni presidenziali, si è rivelata un boomerang: ha reso impossibile per l’America lavarsi le mani, e ha destato l’Europa.

Ora, per la Russia ricomincia la corsa contro il tempo: deve riuscire a compiere dei progressi visibili sul campo prima dell’arrivo degli aiuti. Le armi made in Usa sono già state portate in Polonia, in previsione del voto al Congresso. Che le armi di fabbricazione occidentale siano più efficienti di quelle russe/iraniane/coreane lo si è visto molto bene nella notte dell’attacco dell’Iran contro Israele, e lo si è visto da mesi nella relativa sicurezza di Kyiv protetta dai sistemi di difesa antiaerea americani ed europei. Ma per ora – e probabilmente ancora per settimane, considerati i problemi logistici – la scarsità di munizioni, il rapporto «uno a dieci» nell’artiglieria descritto da Volodymyr Zelensky, permetterà alle truppe russe di continuare a fare pressione sulla linea del fronte, nella speranza di spezzarla nel Donbass, rischio ammesso anche da molti militari ucraini. Per ora però l’esercito di Putin riesce ad avanzare molto lentamente, chilometro dopo chilometro, non solo per la resistenza opposta dalla fanteria ucraina, ma anche per la mancanza di mezzi corazzati e uomini addestrati.

Con l’arrivo degli aiuti americani – e in attesa della comparsa nei cieli ucraini degli F-16 – la prospettiva della guerra torna a essere quella di una gara di resistenza. A Zelensky mancano gli uomini al fronte – e l’ultima iniziativa di Kyiv, di non rinnovare i passaporti ai maschi ucraini all’estero per costringerli a tornare in patria, non farà che suscitare rabbia e diffidenza nelle potenziali reclute – ma anche la Russia ha risorse umane meno infinite di quello che spesso si immagina. Dopo il primo tentativo, nel settembre 2022, Putin ha imparato che la mobilitazione è un tabu da non violare mai, e per ora sta rinfoltendo i ranghi delle sue truppe grazie al denaro: nelle ultime settimane diverse regioni russe hanno aumentato drasticamente le remunerazioni per i volontari. Questo ha risolto parzialmente il problema dell’arruolamento, ma ha svuotato il mercato del lavoro, mandando alle stelle i salari. Per piegare l’Ucraina, Putin ha bisogno di accelerare l’offensiva prima di entrare in una crisi economica, ma una mobilitazione massiccia rischia di aprire una crisi politica.

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