In Israele le elezioni di ottobre non cambieranno l’approccio militare di Netanyahu

22.08.2026 09:45
In Israele le elezioni di ottobre non cambieranno l'approccio militare di Netanyahu

Le elezioni israeliane si avvicinano: la coalizione di opposizione guidata da Eisenkot supera Netanyahu nei sondaggi

I sondaggi più recenti in Israele, in vista delle elezioni di ottobre, indicano che la coalizione di partiti dell’opposizione guidata dal generale Gadi Eisenkot dovrebbe superare quella di Benjamin Netanyahu. Mancano ancora due mesi e ci sono molte incognite, ma due aspetti sono ormai chiari: queste elezioni saranno cruciali per il futuro politico di Netanyahu, che è al centro della scena israeliana da decenni e coinvolto in vari processi a suo carico, mentre l’esito delle guerre avviate da Netanyahu negli ultimi anni sarà probabilmente insignificante, con tutti i partiti che intendono continuare sulla stessa linea, riporta Attuale.

Tra i principali contendenti troviamo Eisenkot, considerato il favorito per la carica di primo ministro in caso di sconfitta di Netanyahu, insieme all’ex primo ministro di destra Naftali Bennett e all’ex primo ministro centrista Yair Lapid. Bennett e Lapid hanno recentemente unito le forze per formare un’unica lista, Yachad, guidata da Bennett.

Nel corso degli ultimi tre anni, nessuno dei tre leader ha contestato la legittimità delle guerre avviate da Netanyahu né ha messo in discussione il numero significativo di vittime civili nella Striscia di Gaza o in Libano; le critiche si sono concentrate principalmente sulle modalità e le tattiche adottate nei negoziati.

Nel 2024, Eisenkot si è dimesso dal gabinetto di guerra, in disaccordo con la gestione della trattativa per gli ostaggi da parte del primo ministro, ma non ha mai messo in discussione la necessità o la durata della guerra a Gaza. In Libano, ha sostenuto l’uso della dottrina Dahieh, una strategia militare che prevede un uso “sproporzionato della forza” in aree abitate da civili, colpevolmente associati a strutture nemiche. Israele ha applicato questa dottrina sia in Libano che, in modo ancor più drammatico, nella Striscia di Gaza.

Eisenkot ha anche criticato il governo di Netanyahu per aver accettato i cessate il fuoco sia in Libano che in Iran, imposti in gran parte dagli Stati Uniti. Bennett condivide posizioni simili, accusando l’esecutivo di essere strutturalmente incapace di ottenere risultati determinanti: “né a Gaza, né in Libano, né in Iran”. Ha affermato che, se venisse eletto, sarebbe pronto a riprendere i bombardamenti sull’Iran in caso di attacchi da parte di Hezbollah.

Lapid, d’altro canto, ha espresso “gratitudine e ammirazione” per Donald Trump, per aver avviato la guerra contro l’Iran e ha sostenuto l’ultima invasione di terra in Libano. Sebbene si sia opposto all’occupazione della Striscia di Gaza, lo ha fatto solo con l’intento che non rallentasse i negoziati per il recupero degli ostaggi israeliani catturati da Hamas.

L’unica vera opposizione all’approccio militarista di Netanyahu proviene dai partiti arabi e dai Democratici, l’unico partito ebraico che ha esplicitamente criticato la guerra e l’annessione di Gaza, senza però sfondare nel consenso elettorale. Cornado e Bennett hanno già dichiarato che rifiuteranno alleanze con partiti arabi.

Ci sono diversi fattori che spiegano il sostanziale allineamento politico riguardo alla guerra in Israele. Negli ultimi vent’anni, i principali partiti hanno spostato le loro posizioni sempre più a destra, creando un consenso tra le forze di estrema destra e quelli conservatori, con la sinistra praticamente assente.

Un altro aspetto chiave è rappresentato dal cambiamento dell’opinione pubblica israeliana, che si è spostata anch’essa sempre più verso destra, specialmente dopo gli attacchi di Hamas avvenuti il 7 ottobre 2023. Questo evento è considerato da molti analisti un punto cruciale, rinforzando la percezione della costante minaccia alla sicurezza del paese e alimentando l’idea che la guerra sia necessaria.

In questo contesto, oltre il 90% degli israeliani ebrei sosteneva la guerra contro l’Iran e un’ampia maggioranza si mostrava favorevole alle operazioni militari contro Hamas e Hezbollah. La retorica di Netanyahu e dei suoi ministri ha contribuito a disumanizzare i popoli considerati nemici, suggerendo che l’uso della forza è l’unica strategia percorribile per raggiungere la pace e la stabilità. È probabile che, anche se Netanyahu dovesse perdere, la politica estera aggressiva delle sue amministrazioni rimanga sostanzialmente invariata.

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