Tra il 2022 e il 2023, in Russia, chi chiedeva negoziati per fermare la guerra di aggressione contro l’Ucraina lo faceva soprattutto per ragioni umanitarie. Nel 2026, secondo i sociologi, le motivazioni sono cambiate: la guerra è diventata un peso quotidiano, ha ridotto il livello di vita, alimentato l’inflazione e provocato carenze di beni. Alla richiesta di pace si è aggiunta la convinzione che il conflitto possa durare ancora per molti anni, mentre le illusioni di una vittoria rapida si sono definitivamente dissolte.
Nel corso del 2026 il deterioramento delle aspettative ha coinvolto anche una parte dell’opinione pubblica che in precedenza sosteneva con continuità la guerra e si aspettava il raggiungimento degli obiettivi dichiarati dal Cremlino. L’assenza di risultati militari ritenuti decisivi, il prolungamento dei combattimenti e il trasferimento delle loro conseguenze sul territorio russo hanno modificato progressivamente gli orientamenti. Oltre il 60% dei cittadini afferma che la guerra ha colpito direttamente sé stesso o la propria famiglia, attraverso problemi economici, inflazione, la morte di parenti o conoscenti e i ripetuti attacchi di droni contro le regioni della Federazione.
Fine giugno 2026, il calo del sostegno e la richiesta di negoziati
Alla fine di giugno, un sondaggio del Levada-Center, organizzazione russa non statale specializzata in ricerche sociali e di mercato, ha registrato un nuovo arretramento. Il sostegno alle azioni delle forze russe in Ucraina è sceso al 67%, sette punti in meno rispetto al mese precedente. Nello stesso periodo, la quota di chi chiedeva il passaggio a negoziati di pace tra Mosca e Kiev è salita al 64%, quattro punti in più su base mensile.
Per la prosecuzione dei combattimenti si è espresso soltanto il 28% degli intervistati: è il livello più basso di sostegno alla guerra registrato tra i russi nell’ultimo periodo. La società mostra così una richiesta di congelare la situazione sul terreno e interrompere le operazioni, mentre sempre più persone non vedono più una motivazione personale per partecipare alla guerra o sostenerne la continuazione.
Lo stesso sondaggio ha rilevato una maggioranza contraria all’uso dell’arma nucleare: il 60% lo considera ingiustificato, mentre soltanto il 29% sostiene questa possibilità. Il dato segnala una riduzione della disponibilità ad appoggiare un’ulteriore escalation. La distanza generazionale è altrettanto evidente: tra gli under 25, il 44% ritiene che Mosca debba fare concessioni a Kiev per arrivare il prima possibile alla pace. Il gruppo degli over 60, cresciuto nella cultura del militarismo sovietico e rimasto il principale fondamento del sostegno alla guerra, mantiene invece un orientamento diverso.
Estate 2026, la guerra entra nella vita quotidiana e nei sondaggi
Le interviste riservate del Levada-Center hanno mostrato che quanti descrivono la situazione interna come “tesa o critica” non richiamano soprattutto il confronto geopolitico con l’Occidente. Citano invece minacce concrete: gli attacchi dei droni contro le città russe e, in particolare, contro le raffinerie di petrolio, indicati da oltre il 21% degli intervistati, le frequenti esplosioni e la paura per il futuro dei figli. La guerra è quindi arrivata fisicamente nelle aree interne della Russia, intaccando il senso di sicurezza della popolazione.
Nell’estate del 2026 soltanto circa il 50% dei cittadini russi riteneva che la cosiddetta “operazione militare speciale” stesse avanzando con successo, una quota in forte calo rispetto agli anni precedenti. Sono aumentati sia coloro che giudicano negativamente l’andamento delle operazioni sia quelli che non riescono a esprimere una valutazione netta.
Nello stesso periodo, la statale VCIOM, il Centro panrusso per lo studio dell’opinione pubblica, ha modificato d’urgenza la metodologia dei propri sondaggi settimanali sulla fiducia nelle autorità. Dopo che le rilevazioni telefoniche avevano registrato una diminuzione del consenso per Vladimir Putin, gli intervistatori hanno iniziato a ricorrere in modo massiccio alle visite porta a porta. In condizioni di paura diffusa delle repressioni, la presenza dell’intervistatore nell’abitazione induce più spesso risposte considerate “corrette”, cioè leali verso il Cremlino, con l’effetto di gonfiare artificialmente il sostegno reale al potere.
Le ricerche della società indipendente Russian Field sui progetti e le aspettative dei cittadini hanno intanto collocato la fine della guerra e l’arrivo della pace al primo posto: il 41% indica questo come il principale obiettivo, con un distacco molto ampio rispetto alle richieste finanziarie personali, alla stabilità economica generale e alla salute.
Estate 2026, la mobilitazione diventa il principale fattore di paura
Il timore di una nuova mobilitazione è diventato uno dei principali fattori di ansia. Ogni voce su un nuovo reclutamento forzato provoca un forte aumento della tensione, mentre la prosecuzione della guerra e l’instabilità socioeconomica sono ormai i fattori centrali del malcontento e della paura per il futuro. Il Cremlino cerca di compensare queste reazioni con ingenti pagamenti ai militari a contratto, ma anche questo strumento sta progressivamente perdendo efficacia.
Una possibile nuova ondata di mobilitazione, attesa dopo le campagne elettorali del Giorno unificato del voto, previsto tra il 18 e il 20 settembre, viene percepita da una parte della società russa come un possibile fattore di disgregazione interna. Anche diversi blogger Z hanno iniziato a criticare la leadership politico-militare, sostenendo che il Cremlino in passato poteva mobilitare ogni anno un milione di persone, mentre oggi quella “finestra di opportunità” si sarebbe chiusa.
La mobilitazione pesa anche sulla percezione delle élite. Tra i rappresentanti più influenti della classe politica e degli apparati di sicurezza russi è quasi scomparsa la motivazione ideologica a combattere: la guerra viene considerata sempre meno attraverso il prisma dell’ideologia neoimperiale e delle ambizioni geopolitiche, e sempre più in rapporto alla conservazione del potere, al controllo delle risorse e alla sicurezza personale. Nel blocco degli apparati continua inoltre la competizione tra FSB, direzione principale dell’intelligence militare dello Stato maggiore russo, Servizio federale di protezione, Rosgvardija e altre strutture, con accuse reciproche, denunce e lotte per le risorse e per l’accesso a Putin.
Inizio di agosto 2026, il consenso alla fine della guerra raggiunge il massimo
All’inizio di agosto, le ricerche dell’Istituto di conflittologia e analisi della Russia, con sede a Kiev, hanno rilevato che l’81% dei cittadini russi sosterrebbe una decisione della propria leadership per porre fine alla guerra con l’Ucraina “già domani”. Il dato si inserisce in una trasformazione delle ragioni che spingono verso la pace: non più soltanto considerazioni umanitarie, ma anche stanchezza, peggioramento delle condizioni materiali e rifiuto di una guerra percepita come inutile.
La posizione attuale è quindi segnata da una distanza crescente tra la prosecuzione della guerra e le aspettative della società russa: la richiesta di pace è diventata maggioritaria, il sostegno alle operazioni è sceso e una nuova mobilitazione resta il principale punto di tensione.