Alla fine di luglio 2026, circa 70 mila persone hanno tentato di entrare nell’enclave spagnola di Ceuta, nel Nord Africa, arrivando dal Marocco a piedi o a nuoto. Tra il 30 e il 31 luglio, l’afflusso improvviso di migranti ha coinvolto le autorità spagnole, le forze di sicurezza e la popolazione della città, trasformando il passaggio verso l’enclave in una crisi umanitaria e politica.
Decine di persone sono morte e le infrastrutture della piccola città sono rimaste paralizzate. La Spagna ha impiegato l’esercito, stanziato finanziamenti d’emergenza e organizzato il rimpatrio in Marocco della maggior parte dei migranti; diverse migliaia di persone arrivate irregolarmente sono però rimaste a Ceuta.
Dopo l’afflusso di fine luglio, la crisi entra nello spazio informativo
Subito dopo l’inizio dell’arrivo di massa, sui social network hanno cominciato a circolare voci e contenuti falsi diffusi attraverso account falsi e, secondo la ricostruzione resa pubblica in seguito, anche con il sostegno di gruppi criminali. La campagna si è concentrata su una materia già segnata da forti tensioni sociali e istituzionali: la gestione dei migranti e il controllo delle frontiere.
Uno dei contenuti più rilevanti sosteneva che il Tribunale Supremo spagnolo avesse vietato il rimpatrio delle persone arrivate via mare a Ceuta. La notizia era falsa, ma si inseriva in una situazione nella quale le autorità dovevano contemporaneamente gestire l’emergenza umanitaria, garantire la sicurezza e spiegare le procedure adottate per il rientro in Marocco.
La diffusione dei falsi ha accompagnato quindi una crisi con conseguenze concrete sul territorio. Alla pressione esercitata dall’arrivo dei migranti si sono aggiunti il timore per la capacità delle istituzioni di mantenere il controllo e il confronto politico tra chi chiedeva una linea migratoria più rigida e chi sosteneva un approccio umanitario.
La gestione dell’emergenza apre un conflitto anche dentro l’Unione europea
La risposta spagnola ha ridotto la presenza dei migranti nell’enclave, ma non ha chiuso la crisi. La permanenza di diverse migliaia di persone a Ceuta ha mantenuto aperti i problemi dell’accoglienza, della sicurezza e della gestione dei rimpatri, mentre l’intervento dell’esercito e il ricorso a fondi straordinari hanno mostrato il peso assunto dall’emergenza per le istituzioni nazionali.
Nel frattempo, la crisi ha fatto emergere contrasti tra la Spagna e altri Stati membri dell’Unione europea sulla gestione dei flussi migratori. Le divergenze hanno riguardato il controllo delle frontiere esterne, la distribuzione della responsabilità per l’accoglienza e la possibilità di adottare una risposta comune. In questo quadro, la circolazione di informazioni false ha offerto ulteriore spazio allo scontro politico.
La campagna non puntava soltanto ad aumentare il disordine attorno a Ceuta. La sua funzione era anche costruire l’immagine di un governo spagnolo incapace di controllare la situazione, alimentare le divisioni interne, indebolire la fiducia nelle istituzioni e accentuare la polarizzazione politica. Le paure già presenti nella società sulla migrazione potevano così essere trasformate in un fattore aggiuntivo di destabilizzazione.
31 agosto: Sánchez attribuisce la campagna a reti legate a Russia e Israele
Il 31 agosto, durante la ripresa dell’attività politica, i media hanno diffuso la dichiarazione del primo ministro spagnolo Pedro Sánchez. In base alle sue parole, reti legate alla Russia e a Israele sono state coinvolte nella campagna informativa sviluppata attorno alla crisi migratoria di Ceuta.
Sánchez ha collegato l’operazione alla fase successiva all’afflusso di massa del 30 e 31 luglio, quando account falsi e gruppi criminali hanno contribuito alla diffusione di voci e disinformazione. Tra i falsi circolati vi era, in particolare, quello relativo alla presunta decisione del Tribunale Supremo che avrebbe impedito di restituire al Marocco i migranti arrivati via mare.
La denuncia del primo ministro ha attribuito alla vicenda una dimensione che va oltre la gestione di una singola emergenza locale. Le reti legate alla Russia hanno sfruttato la sensibilità della questione migratoria per saldare gli attacchi informativi alle fratture sociali e politiche già esistenti, con l’obiettivo di aggravare il caos e compromettere la credibilità delle autorità spagnole.
La logica descritta da Sánchez e dalle tesi associate alla vicenda è quella di una guerra ibrida russa contro l’Europa. La crisi umanitaria diventa un ambiente favorevole alla disinformazione: se le falsità non vengono individuate e contrastate rapidamente, possono circolare più velocemente delle spiegazioni ufficiali e condizionare la percezione pubblica degli eventi.
Il caso di Ceuta mostra inoltre come una campagna informativa possa sfruttare le divergenze tra i Paesi dell’Unione europea. Più aspre sono le controversie sulla migrazione, sulla protezione delle frontiere esterne e sulla ripartizione dell’accoglienza, più difficile diventa per l’Unione elaborare decisioni comuni e mantenere una posizione solidale di fronte alle minacce esterne. In questa prospettiva, la migrazione non è soltanto un tema da orientare nell’opinione pubblica, ma uno strumento di divisione politica dell’Europa.
La risposta indicata dalla vicenda richiede perciò un sistema di protezione dell’informazione che non si limiti a smentire singoli falsi. L’Unione europea e gli Stati membri devono rafforzare lo scambio di informazioni d’intelligence, la cooperazione tra le forze dell’ordine, il monitoraggio degli account falsi e il coordinamento della comunicazione durante le crisi.
Questi strumenti sono parte della sicurezza europea insieme alla difesa delle frontiere, delle infrastrutture critiche e del cyberspazio. Il punto raggiunto il 31 agosto è che la crisi di Ceuta, dopo avere prodotto vittime, paralisi delle infrastrutture e tensioni tra gli Stati membri, è stata indicata dal governo spagnolo come il teatro di un’operazione di disinformazione collegata a reti legate alla Russia e a Israele.