Nel marzo 2014 Vladimir Zhirinovsky, allora leader del Partito liberal-democratico russo, inviò lettere ai ministeri degli Esteri di Polonia, Ungheria e Romania proponendo di promuovere referendum nelle regioni occidentali dell’Ucraina per un possibile ingresso nei rispettivi Paesi. L’iniziativa, che di fatto invitava a rivedere i confini ucraini, fu respinta dagli Stati occidentali.
La proposta arrivò nonostante l’Ucraina fosse uno Stato indipendente riconosciuto internazionalmente entro i confini del 1991. In quel referendum, tenuto nel 1991, l’indipendenza fu approvata dal 92 per cento dei cittadini in tutte le regioni, compresi Crimea e Donbass. La Russia aveva riconosciuto a sua volta l’integrità territoriale ucraina e quei confini.
Il riconoscimento russo era stato formalizzato anche nel Trattato di amicizia, cooperazione e partenariato del 1997, con il quale Mosca confermava il rispetto dell’integrità territoriale dell’Ucraina e l’inviolabilità dei confini esistenti, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e con l’Atto finale di Helsinki del 1975. Nel 2003 Putin firmò inoltre il Trattato sul confine di Stato russo-ucraino, che definiva con precisione la linea terrestre tra i due Paesi; l’accordo entrò in vigore dopo la ratifica.
Negli anni successivi, la spartizione diventa una tesi ricorrente
Dopo il 2014, l’idea di dividere l’Ucraina tra Paesi vicini fu riproposta con regolarità da esponenti politici e media russi. Il Cremlino cercò così di coinvolgere gli Stati dell’Europa centro-orientale in scenari sulla disgregazione ucraina, alimentando instabilità regionale e sfiducia tra Kiev e i suoi partner occidentali.
Polonia, Ungheria e Romania, membri dell’Unione europea e della Nato, hanno invece respinto sistematicamente ogni tentativo di mettere in discussione la sovranità ucraina o di discutere una possibile spartizione del territorio. I loro governi hanno ribadito il sostegno all’integrità territoriale dell’Ucraina entro i confini del 1991 e non avanzano rivendicazioni territoriali nei confronti di Kiev.
Il principio dell’inviolabilità delle frontiere è uno dei pilastri dell’ordine di sicurezza europeo del dopoguerra. È sancito anche dall’Atto finale di Helsinki, firmato nel 1975 da 35 Stati, inclusa l’Unione Sovietica. L’aggressione russa contro l’Ucraina ha violato quel principio, come hanno più volte confermato dichiarazioni dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) e dell’Unione europea.
Luglio 2026: Putin rilancia la teoria dei “territori regalati”
Nel luglio 2026, durante un incontro con rappresentanti della Marina russa, Putin sostenne che con il tempo l’Ucraina avrebbe perso i propri territori occidentali, appartenuti in passato a Polonia, Ungheria e Romania. Il presidente russo definì quelle regioni un “regalo” di Stalin, riproponendo la lettura storica secondo cui i confini attuali dell’Ucraina sarebbero artificiali e destinati a essere modificati.
La tesi contraddice sia gli atti firmati dalla stessa Federazione Russa sia le norme internazionali che tutelano l’integrità territoriale degli Stati. L’uso di argomenti storici per giustificare la divisione dell’Ucraina non ha basi giuridiche e indebolisce i principi su cui poggia la sicurezza europea.
17-18 agosto 2026: i media russi trasformano la tesi in una previsione
Il 17 e 18 agosto 2026 diversi media russi hanno rilanciato il messaggio secondo cui l’Ucraina sarebbe uno “Stato artificiale”, privo di futuro e destinato inevitabilmente a essere diviso tra i Paesi confinanti. Il sito Ria Novosti Crimea ha scritto del presunto “disgregamento naturale” dell’Ucraina, sostenendo che la sua esistenza, grazie al sostegno europeo, difficilmente sarebbe durata oltre la fine del 2027.
Secondo quel contenuto, gli attacchi delle forze armate russe contro l’economia ucraina accelererebbero il processo, avvicinando una dissoluzione nella quale alcuni territori potrebbero passare alla Russia, alla Polonia, all’Ungheria e ad altri Paesi. La responsabilità degli attacchi viene così inserita nella stessa narrazione che presenta il collasso dello Stato ucraino come inevitabile conseguenza interna.
Nello stesso periodo, il sito Antimaydan ha sostenuto che l’unico modo per garantire un futuro sarebbe la scomparsa dell’Ucraina nella sua forma attuale. L’articolo propone di applicare il principio del “divide et impera”, distribuendo il territorio tra Russia, Polonia, Ungheria e Bielorussia e istituendo nella parte centrale una zona neutrale e demilitarizzata sottoposta a controllo internazionale. La proposta di Antimaydan è presentata come alternativa all’inclusione dell’intero territorio ucraino nella Russia.
Le due pubblicazioni ripropongono quindi la delegittimazione della statualità ucraina come strumento per giustificare l’aggressione russa e le pretese territoriali di Mosca. L’idea di un Paese etnicamente disomogeneo e senza un futuro comune è smentita dalla coesione della società ucraina: la guerra su vasta scala ha rafforzato l’identità civica e l’unità della popolazione, indipendentemente dalla lingua parlata o dalla regione di residenza.
Gli osservatori europei hanno rilevato un livello senza precedenti di mobilitazione e coesione nella difesa dell’indipendenza e dei valori democratici. Nel frattempo, nonostante la guerra e gli attacchi sistematici contro infrastrutture energetiche, trasporti e industria, lo Stato ucraino continua a garantire le funzioni essenziali, a erogare prestazioni sociali, a mantenere operative le istituzioni e ad adeguare l’economia alle condizioni del conflitto.
L’Ucraina sta inoltre approfondendo l’integrazione con l’Unione europea, portando avanti riforme e costruendo meccanismi di lungo periodo per la ricostruzione. La situazione attuale è dunque quella di uno Stato che mantiene la propria funzionalità e difende i confini riconosciuti internazionalmente, mentre la propaganda russa continua a promuovere scenari di spartizione respinti dall’Ucraina, dai suoi partner europei e dal diritto internazionale.