“E noi?” – Riflessione sull’esodo istriano e la memoria collettiva
Un estate di fine millennio, tra il 1998 e il 1999, la televisione mostra incessantemente immagini di profughi in fuga, famiglie che abbandonano le loro case per cercare rifugio. Tra questi, tanti sono i volti smarriti di chi scappa dal Kosovo verso l’Albania. La situazione rimanda a ricordi di un passato doloroso per molti altri, come gli istriani, esuli in patria. “E noi?”, è il grido che risuona in solitudine, mentre si osserva una colonna umana di dolore e disperazione, riporta Attuale.
Il dolore degli istriani, dimenticati per oltre cinquant’anni, si fa sentire in questo appello di chi ha vissuto l’esodo e la perdita della propria identità. “Siamo italiani come voi”, afferma chi ha vissuto l’abbandono di terre che un tempo erano parte dell’Italia, oggi denominate Slovenia e Croazia. Il sacrificio della storia si materializza in una terra mutilata da confini imposti, risultato di un conflitto devastante e della cessione forzata di queste regioni al regime di Tito dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Non si tratta di competere per la sofferenza, poiché ogni vittima di conflitto merita ascolto. Tuttavia, la storia degli istriani è segnata da quel silenzio che ha accompagnato la loro vita in esilio, tra trecentomila fuggitivi tra il 1947 e il 1954. Questa vicenda è emersa solo recentemente, spingendo molti a interrogarsi sulle proprie origini e sul dolore mai completamente elaborato.
“E noi?” non è solo un interrogativo retorico, ma il punto di partenza di una riflessione profonda che ha attraversato più di vent’anni. La memoria di questi traumi, spesso rimossa, ha portato a vivere in una sorta di disconnessione tra la vita esterna e le fragilità interiori. La narrazione sull’esodo diventa così un atto di riconoscimento delle proprie esperienze, cercando di integrare identità frammentate e accettare il passato.
L’autrice si confronta con la propria storia familiare, sottolineando la resistenza di suo padre e di altri che si opposero a entrambe le tirannie fascista e comunista. La figura paterna si eleva non solo come simbolo di lotta, ma anche come portatore di valori che si sono trasmessi nel tempo, sebbene reinterpretati per adeguarsi ai cambiamenti sociali. Questo processo di riappropriazione si riflette nel tentativo di riconnettersi con le proprie radici e di ricostruire un senso di appartenenza.
Conclusivamente, la narrazione di “E noi?” non riguarda solo il recupero della memoria, ma un invito ad affrontare il proprio isolamento emotivo, superando le barriere imposte dal passato. La speranza è che, attraverso la condivisione di questi racconti, si possa iniziare un percorso di guarigione, comprendendo che ogni risposta e ogni storia è provvisoria e aperta all’interpretazione.