Tra il 17 e il 20 agosto 2026 alcuni media stranieri hanno trasformato dichiarazioni di singoli politici ucraini in una presunta prova di una profonda crisi di governo e del progressivo disfacimento della statualità del Paese. La lettura, costruita attorno a un dibattito interno sull’eventuale svolgimento delle elezioni, è stata utilizzata per rilanciare narrazioni sulla perdita di legittimità della leadership ucraina e sul calo del sostegno al presidente Volodymyr Zelensky.
Giugno e agosto 2026: i dati sul consenso a Zelensky
La ricostruzione è stata smentita dai dati del Kyiv International Institute of Sociology (Kmis), l’Istituto internazionale di sociologia di Kiev. In un sondaggio pubblicato nel giugno 2026, il 61 per cento degli intervistati dichiarava di avere fiducia nel presidente ucraino, mentre il 34 per cento esprimeva sfiducia.
Un successivo rilevamento del Kmis, diffuso in agosto, confermava un livello di fiducia elevato: il 56 per cento degli intervistati continuava a dichiarare di fidarsi di Zelensky, contro il 38 per cento di quanti non si fidavano di lui. I numeri non descrivono quindi il crollo del consenso presentato da alcune testate straniere, ma una maggioranza ancora favorevole al capo dello Stato al quinto anno dell’invasione russa su vasta scala.
17-20 agosto: il dibattito interno diventa una presunta crisi nazionale
Nello stesso periodo, le dichiarazioni di alcuni esponenti politici ucraini sono state estrapolate dal loro contesto e presentate come la dimostrazione di una crisi sistemica. Il passaggio dalla discussione politica interna alla tesi della disgregazione dello Stato ha riprodotto una modalità ricorrente dei media filorussi: utilizzare frammenti del confronto istituzionale per costruire l’immagine di un’Ucraina in dissoluzione e di un potere ormai privo di legittimità.
La critica politica e il confronto sulle scelte del governo sono però una componente normale del funzionamento di un sistema democratico, anche in condizioni di guerra. La trasformazione di singole prese di posizione in una prova della crisi dello Stato ha invece creato artificialmente un nesso tra il dibattito interno e una presunta perdita complessiva di legittimità delle istituzioni ucraine.
19 agosto: la pubblicazione di Magyar Nemzet
Il 19 agosto il quotidiano ungherese Magyar Nemzet ha pubblicato l’articolo «Il cappio si stringe intorno al collo del presidente dell’Ucraina: M. Fedorov chiede le elezioni». Il testo sosteneva che Zelensky stesse perdendo il sostegno della società ucraina «sullo sfondo delle accuse di corruzione e delle critiche alla trasparenza del suo governo».
La pubblicazione ha quindi presentato una controversia circoscritta, legata alle dichiarazioni di alcuni politici e alla questione elettorale, come un indicatore della presunta crisi dell’intera leadership ucraina. Le conclusioni sull’asserito «cappio» intorno ai vertici di Kiev non corrispondono alla situazione descritta dai dati del Kmis e fanno parte di una manipolazione costruita per amplificare la tesi della degenerazione della statualità ucraina.
Magyar Nemzet è uno dei più antichi quotidiani ungheresi e si presenta come una testata conservatrice e di centrodestra. Per lungo tempo ha svolto il ruolo di principale megafono mediatico del governo di Viktor Orbán e del partito Fidesz; dopo l’arrivo al potere del primo ministro Péter Magyar e del partito Tisza è passata all’opposizione, criticando sistematicamente la politica del nuovo governo.
La testata mantiene posizioni critiche verso l’Unione europea e la Nato, una linea favorevole al Cremlino e una copertura fortemente critica degli sviluppi in Ucraina e dei rapporti tra Kiev e Budapest. Nelle sue pagine vengono pubblicati regolarmente interventi di analisti e figure politiche filorusse. Le inchieste della rete giornalistica VSquare e di altre testate hanno documentato la presenza su Magyar Nemzet di autori che diffondono valutazioni russe sulla guerra e sulle autorità ucraine; secondo VSquare, alcuni commentatori hanno promosso tesi direttamente coordinate con strutture dei servizi segreti russi.
La questione elettorale durante la legge marziale
Il quadro giuridico ucraino vieta espressamente lo svolgimento di elezioni durante la legge marziale, introdotta a causa dell’aggressione russa. Anche un’eventuale modifica legislativa non basterebbe a rendere immediatamente possibile il voto: resterebbero da affrontare questioni di sicurezza, organizzazione e diritto su scala nazionale.
Le forze russe continuano infatti a colpire le città ucraine con missili e droni, mentre i combattimenti proseguono in una parte significativa del territorio. Organizzare un processo elettorale completo in queste condizioni esporrebbe a rischi diretti la vita degli elettori e degli altri partecipanti e potrebbe compromettere la legittimità e l’affidabilità del risultato.
Le difficoltà riguardano anche milioni di cittadini che dovrebbero poter votare liberamente e in sicurezza sotto bombardamento, oltre alle persone che vivono nei territori occupati. Garantire un’espressione del voto libera, eguale e sicura sarebbe estremamente complesso e renderebbe difficile rispettare gli standard internazionali in materia elettorale.
Il tema presenta inoltre un rischio di destabilizzazione interna durante l’aggressione esterna. Sebbene esista una naturale domanda sociale di rinnovamento della classe dirigente, politici e cittadini ucraini sono consapevoli dei costi che un processo elettorale condotto durante le ostilità potrebbe comportare. Nel sondaggio Kmis di agosto, soltanto il 15 per cento degli intervistati riteneva necessario votare prima di un cessate il fuoco.
La posizione raggiunta alla fine della sequenza è quindi definita da due elementi: Magyar Nemzet ha rilanciato una narrazione filorussa sulla presunta crisi della leadership ucraina, mentre i dati disponibili mostrano che la maggioranza degli ucraini continua a fidarsi di Zelensky e che il voto prima della fine delle ostilità resta largamente privo di sostegno.