Mamma denuncia Meta: “Mia figlia si è tolta la vita a 12 anni, serve più protezione per i minori”

15.05.2026 00:35
Mamma denuncia Meta: “Mia figlia si è tolta la vita a 12 anni, serve più protezione per i minori”

Milano, 15 maggio 2026 – «Mia figlia scriveva di sentirsi un peso per gli altri, testi pieni di riferimenti sulla volontà di non vivere. Salvava contenuti sui social che inneggiavano al suicidio. Disegni di ragazzini rotti o senza cuore, con le bende. Immagini tristi, paesaggi con la nebbia e la pioggia, autunnali, gotici». I contenuti, riproposti dalla spirale degli algoritmi, si manifestavano a soli 12 anni. «Pensavo di combattere solo una distrazione, invece combattevo contro un nemico che era molto più forte». Questo nemico è rappresentato da scrolling infinito e tecnologie progettate per tenere gli utenti attaccati alle piattaforme, evidenziando il lato oscuro dei social e i loro effetti devastanti sulla mente delle giovani generazioni, per le quali il mondo virtuale diventa uno specchio di dolore, riporta Attuale.

La vita nascosta

La madre, Irene Roggero, racconta la tragica storia di sua figlia R., che nel febbraio 2024 ha messo fine alla sua vita, inghiottita dal turbine dei social. Contenuti sempre più violenti hanno contribuito a questo “gioco” che ha portato alla sua scelta fatale. «L’algoritmo ti dà quello che cerchi. Credo che R. fosse in un momento di fragilità, amplificato dai social. Sapevo che usava Instagram, ma aveva due profili: uno accessibile e l’altro molto più ombreggiato. Usava anche TikTok, sebbene non ne fossi a conoscenza. Ha preso la decisione di togliersi la vita in un breve arco di sei mesi. Questa è la ricostruzione che sono riuscita a fare entrando nei suoi account dopo che era già ricoverata in terapia intensiva».

Roggero e altre nove famiglie, rappresentate dallo Studio Legale Ambrosio Commodo di Torino, hanno avviato una class action inibitoria contro Meta e TikTok, sostenuta dal Moige, il Movimento Italiano Genitori. Ieri si è tenuta la prima udienza del procedimento presso il Tribunale delle Imprese di Milano, dove le famiglie italiane chiedono una protezione maggiore per i minori sui social network.

Richiesta di aiuto

I genitori non possono affrontare da soli i pericoli dei social, come sottolinea Roggero: «Ho notato che R., come molti ragazzini della sua età, trascorreva molto tempo sullo smartphone. Aveva però dei blocchi sul telefono, come il Parental Control, ma riusciva sempre a eluderli. Quando ho capito che iniziava a usare il telefono anche di notte, ho cominciato a ‘sequestrare’ gli account e i dispositivi informatici, ma lei trovava sempre il modo di accedervi». Questa dipendenza ha colto i genitori impreparati: «Io e mio marito abbiamo una formazione informatica, ma non ci rendiamo conto di quanto sia difficile controllare tutto. Se seguiamo i nostri figli 24 ore su 24, diventiamo carcerieri», confessa la madre, ravvisando come «i sensi di colpa si presentino come invitati non richiesti».

I dubbi dilanianti

Il problema, sostiene, è che «non c’è mai la controprova, non si può tornare indietro e mi chiedo se fosse giusto leggere i suoi contenuti, invadere la sua privacy. Non avrei voluto che mia madre leggesse il mio diario segreto durante l’adolescenza. Noi famiglie siamo isolate, ogni genitore cerca di fare il possibile. Manca un ecosistema e una legislazione condivisa». Roggero si oppone alla «banalità del male»: «Faccio fatica a pensare che un essere umano possa consapevolmente mettere a rischio la vita dei bambini. Preferisco credere che chi progetta questi algoritmi non ne sia pienamente consapevole. Ma per cosa? Per guadagno? Questo è mostruoso, mi rifiuto di credere che la natura umana possa arrivare a tanto».

Aggiungi un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere