Donald Trump sembra non conoscere limiti nella sua gestione delle relazioni internazionali. Con facilità, può ritrattare accordi o cambiare completamente i suoi impegni. Così, il tema dei dazi rimane un campo aperto a sorprese e ripensamenti. Non è chiaro quando giungerà a una soluzione definitiva, se mai accadrà. Infatti, questo presidente ha già dimostrato la sua volontà di rivedere e rompere gli accordi commerciali precedentemente sanciti con Canada e Messico nel suo primo mandato. Su molti fronti, inclusi i rapporti con l’Unione Europea, il Giappone e la Corea del Sud, sono in corso discussioni su aspetti non ancora definiti. Inoltre, l’utilizzo delle tasse doganali come strumento geopolitico sta diventando sempre più evidente. Trump ha recentemente minacciato il Canada per il suo possibile riconoscimento dello Stato palestinese, il Brasile per le azioni legali contro l’ex presidente Bolsonaro e l’India per il suo acquisto di petrolio dalla Russia, riporta Attuale.
Il contesto geopolitico
Ogni minaccia da parte di Trump presenta un contesto specifico. Sebbene il presidente non escluda la possibilità che la Palestina possa avere uno Stato, ritiene che le condizioni attuali non lo consentano, sia a Gaza che in Cisgiordania. Le obiezioni riguardanti le azioni legali contro Bolsonaro provengono da più ambiti; ad esempio, la Corte Costituzionale di Brasilia è comunemente vista come politicizzata. In merito all’India, i dazi sono percepiti come un modo indiretto per colpire Putin, trasformando le tasse doganali in un’arma di sanzione contro la Russia, che continua a esportare combustibili fossili nonostante il regime sanzionatorio.
Alla luce di queste molteplici minacce, emerge chiara la natura destabilizzante delle sue azioni. I dazi diventano uno strumento versatile, usati non solo per affrontare squilibri commerciali, ma anche per forzare gli altri Paesi a conformarsi alle priorità geopolitiche americane. Se un accordo commerciale, reputato valido, viene infranto da un Paese che si oppone a tali priorità, Trump non esita a utilizzare i dazi come leva.
Le nuove regole della geoeconomia
Entrando in un’epoca in cui le regole del gioco stanno cambiando rapidamente, è fondamentale comprendere il concetto di geoeconomia. Secondo lo stratega militare Edward Luttwak, la geoeconomia rappresenta l’unione delle logiche di conflitto con metodi commerciali. Essa implica l’uso di strumenti economici per tutelare e promuovere interessi nazionali. Tra gli strumenti includiamo i dazi, le politiche industriali e i controlli sulle esportazioni. Il vice consigliere per la sicurezza nazionale britannico, Jonathan Black, ha notato che la fusione di interessi economici e sicurezza rappresenta una sfida sistemica dell’epoca attuale, sempre più rilevante negli ambiti governativi e aziendali.
Questa fusione di economia e geopolitica non è affatto nuova. Negli anni ’70 e ’80, le business school occidentali si concentravano sull’etica dei samurai giapponesi, mentre nel nuovo secolo il pensiero di Sun Tzu ha preso piede, mettendo in evidenza l’importanza della strategia anche nel commercio. Alcuni Paesi, specialmente la Cina, sono stati storicamente preparati ad affrontare questo tipo di approccio. I leader cinesi, a partire da Xi Jinping, integrano strategia militare, innovazione industriale e politica estera, abbracciando un’ottica olistica e cercando di rafforzare continuamente la nazione.
La risposta europea
Di fronte a questo rinnovato focus sulla geoeconomia, l’Europa si trova stupita e priva di preparazione adeguata. Tradizionalmente, i leader statunitensi si sono impegnati a promuovere gli interessi nazionali mentre cercavano di considerare anche quelli alleati, vestendo il discorso geopolitico di valori condivisi. Con Trump, ci si trova in un panorama in cui la forza bruta dei rapporti di potere prevale. L’Europa affronta enormi ritardi: è priva di una difesa comune, di giganti tecnologici, di politiche industriali coese e di un vero mercato dei capitali. Trump ha un’intuizione particolare per scoprire le debolezze dei suoi partner, mentre si dimostra più cauto nei confronti della Cina. L’adozione dei dazi in modo cinico rappresenta una resurrezione della geoeconomia, la cui reale dimensione e impatto rimangono da vedere. È possibile che l’America non ne esca come vincitrice, ma non si può sottovalutare la sua capacità di infliggere danni significativi agli altri Paesi, con l’eccezione della Cina.