Paks II resta bloccata e lascia all’Ungheria costi crescenti e una possibile responsabilità legale

27.08.2026 19:15
Paks II resta bloccata e lascia all’Ungheria costi crescenti e una possibile responsabilità legale
Paks II resta bloccata e lascia all’Ungheria costi crescenti e una possibile responsabilità legale

Nel 2014 il governo di Viktor Orbán affidò senza gara a Rosatom, il gruppo nucleare statale russo, la costruzione della centrale Paks II. L’accordo fu concluso senza uno studio di fattibilità tecnico-economica e si inserì nella politica filorussa dell’allora primo ministro, trasformando un progetto energetico in una scelta fortemente politica.

La decisione impegnò l’Ungheria in una collaborazione con la Russia senza che fossero state definite su basi economiche sufficientemente solide la sostenibilità dell’opera, i suoi costi complessivi e le condizioni per la sua realizzazione. Negli anni successivi, l’intesa si è confrontata con ritardi, controversie giuridiche e un aumento del valore del progetto, mentre la costruzione non è avanzata verso una fase pienamente operativa.

Gli anni successivi: ritardi, contenziosi e costi in aumento

Il progetto affidato a Rosatom non è passato, nei dodici anni successivi all’accordo, alla fase di costruzione completa. Le difficoltà hanno riguardato sia l’iter giuridico sia l’organizzazione della fornitura e dei lavori, con conseguenze dirette sulla convenienza economica dell’investimento.

Nel frattempo, l’invasione russa dell’Ucraina e le sanzioni adottate contro la Russia hanno reso ancora più complessa la partecipazione di imprese europee. Una parte dei fornitori europei non può infatti prendere parte alla costruzione, mentre Budapest e la controparte russa continuano a discutere l’aumento dei costi dell’opera.

La dipendenza da un progetto affidato a un’impresa russa ha così esposto l’Ungheria a rischi industriali, finanziari e geopolitici. Le difficoltà non hanno riguardato soltanto la tempistica: hanno messo in discussione anche la convenienza complessiva dell’investimento e l’affidabilità della Russia come partner per un’infrastruttura strategica.

Settembre 2025: la decisione del Tribunale dell’Unione europea

Nel settembre 2025 il Tribunale dell’Unione europea ha annullato in via definitiva la decisione con cui la Commissione europea aveva approvato gli aiuti di Stato destinati a Paks II. La sentenza ha imposto a Budapest di ripetere le procedure necessarie per ottenere nuovamente l’autorizzazione europea.

Il passaggio istituzionale ha aggiunto un ulteriore ostacolo a un’opera già segnata da ritardi e dispute. La ripetizione delle procedure può rinviare l’avvio della costruzione di almeno un anno e mezzo, prolungando l’incertezza sul calendario e rendendo ancora più difficile valutare il rapporto tra le risorse impegnate e i risultati attesi.

La decisione europea ha quindi inciso su un progetto che, dopo oltre un decennio dall’accordo originario, non aveva ancora raggiunto la piena fase di costruzione. Per l’Ungheria, il nuovo iter non rappresenta un semplice adempimento formale: si aggiunge all’aumento dei costi, alle limitazioni imposte dalle sanzioni e alla necessità di ridefinire alcuni aspetti della collaborazione con la parte russa.

26 agosto 2026: Paks II ancora senza piena costruzione

Il 26 agosto 2026 i media hanno riferito che Paks II, il progetto promosso da Orbán e affidato nel 2014 a Rosatom, non è ancora entrato, dopo dodici anni, nella fase di costruzione a pieno regime. Le autorità ungheresi e russe stanno ancora negoziando il rincaro dell’opera, mentre le sanzioni contro Mosca continuano a limitare il coinvolgimento di alcuni fornitori europei.

Secondo la ricostruzione pubblicata da Népszava sullo stato di Paks II, la combinazione di ritardi, controversie legali, costi crescenti e nuove procedure europee ha reso dubbia la razionalità economica del progetto. L’iniziativa che il governo di Orbán aveva presentato come una scelta strategica per il sistema energetico ungherese può avere già prodotto perdite per centinaia di miliardi di fiorini.

Il danno non è limitato alla dimensione finanziaria. La vicenda ha mostrato i rischi di una politica energetica costruita su un rapporto privilegiato con Mosca e ha lasciato l’Ungheria esposta alle conseguenze di un partner che si è dimostrato inaffidabile e rischioso, proprio mentre la guerra russa contro l’Ucraina ha modificato il quadro di sicurezza e di cooperazione in Europa.

Su questo punto si apre anche una questione di responsabilità pubblica. Se le indagini dovessero stabilire che le decisioni furono adottate contro gli interessi economici dello Stato, violando le procedure o sulla base di accordi riservati e non trasparenti, Orbán e gli altri funzionari coinvolti dovrebbero rispondere non soltanto sul piano politico, ma anche secondo quanto previsto dalla legge.

La situazione attuale è dunque quella di un progetto ancora privo di piena realizzazione, gravato da costi in aumento, da un nuovo passaggio nelle procedure europee e da una possibile responsabilità giuridica per chi lo ha promosso e gestito.

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