Milano, 17 settembre 2026 – “Qui è iniziato tutto. Per me, il Nanga Parbat è diventato molto più di una semplice montagna”. A 82 anni, Reinhold Messner torna al Nanga Parbat non sulla vetta, ma su una roccia che porta un significato profondo, il luogo dal quale, nel 1970, insieme al fratello Günther, vide per la prima volta in lontananza la montagna pakistana di 8.125 metri, nota come la “montagna nuda” o, come la chiamano gli abitanti locali, la “mangiauomini” o la “montagna del diavolo”, riporta Attuale.
Il ritorno al Nanga Parbat
Nel giorno del suo compleanno, l’alpinista altoatesino ha documentato il ritorno con un video pubblicato sui suoi canali social, ripetendo il gesto di allora. “Oggi sono tornato sulla roccia da cui Günther ed io vedemmo per la prima volta il Nanga Parbat in lontananza”, ha scritto in un post. “Oggi sono risalito fin lassù. Qui è iniziato tutto. Per me, il Nanga Parbat è diventato molto più di una semplice montagna”.
Messner ha condiviso anche l’immagine dei due fratelli, con lui sulla roccia e Günther che lo raggiunge. “Non mi muovo più come una capra di montagna come facevo allora – ha aggiunto con ironia – ma ce l’ho fatta comunque”. Aggiunge una frase significativa: “Ogni volta che passo da questo posto, devo fermarmi”.
La tragica ascesa del 1970
Il legame di Messner con il Nanga Parbat affonda le radici nel giugno 1970, durante la spedizione tedesca guidata da Karl Maria Herrligkoffer, volta a scalare per la prima volta la gigantesca parete Rupal, la più alta del mondo con circa 4.500 metri di dislivello continuo. La storia dell’alpinismo cambiò il 27 giugno, quando, dopo aver bivaccato con Günther nel campo più alto, Reinhold partì da solo per un tentativo di raggiungere la vetta. Poco dopo, anche Günther decise di seguirlo, e insieme raggiunsero la vetta nel pomeriggio, completando la prima ascensione della parete Rupal.
La tragedia, però, si consumò durante la discesa. Secondo il racconto di Reinhold, il fratello era stremato, mentre il versante Rupal appariva impossibile da discendere. Decisero di passare al versante Diamir, più semplice, intraprendendo la prima traversata del Nanga Parbat. Durante la discesa, dopo una notte all’addiaccio ad alta quota, le condizioni di Günther peggiorarono rapidamente. Il 29 giugno, mentre i due erano distanti, una valanga si staccò.
Günther fu travolto e scomparve, mentre Reinhold, sopravvissuto nonostante gravi congelamenti che gli costarono l’amputazione di alcune dita dei piedi, impiegò giorni prima di arrivare a valle. Fu salvato da abitanti del posto, mentre la spedizione di Herrligkoffer, pensando che entrambi fossero morti, smontò il campo e abbandonò la zona.
Le polemiche e le cause
La vicenda scatenò polemiche intense e, per decenni, la versione di Reinhold fu contestata. Alcuni membri della spedizione accusarono Messner di aver abbandonato Günther per scendere solitariamente dalla Diamir e completare una traversata destinata a entrare nella storia.
La controversia raggiunse le aule giudiziarie, con Messner che respinse sempre tali accuse. Nel 2000, prove concrete emersero a sostegno della sua versione: “L’hanno trovato dove avevo indicato”, dichiarò, riferendosi a uno scarpone, con resti umani all’interno, rinvenuto durante una nuova spedizione sul versante Diamir.
La verità ristabilita
Gli esami genetici condotti a Innsbruck accertarono che si trattava dello scarpone di Günther. Nel 2005, furono individuati ulteriori resti nella stessa area, a circa 4.600 metri, in linea con il racconto di Reinhold della valanga. Uno studio forense pubblicato sull’International Journal of Legal Medicine identificò quei resti tramite Dna, confermando definitivamente gli eventi. Nel 2022, trovò un secondo scarpone di Günther ai piedi del ghiacciaio Diamir. Nel giugno 2026, per il 56esimo anniversario della tragedia, Messner commentò il ritrovamento con parole che segnalano la fine di una lunga battaglia: “Sono in pace con me stesso e con l’intera vicenda”. A 82 anni, l’alpinista è tornato nel luogo in cui tutto ebbe inizio con la vista del Nanga Parbat, una montagna che rappresenta non solo una delle più grandi imprese alpinistiche, ma anche una vita intera dedicata all’alpinismo per Reinhold Messner.