Reza Pahlavi in lobbying per un intervento militare degli Stati Uniti in Iran
Reza Pahlavi sta portando avanti una campagna di lobbying per sollecitare un intervento militare degli Stati Uniti in Iran, con la situazione attuale che rimane incerta e dipende dai negoziati in corso tra i due paesi, riporta Attuale.
Pahlavi, figlio dello scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi, deposto durante la rivoluzione islamica del 1979, vive in esilio negli Stati Uniti. Negli ultimi anni ha cercato di affermarsi come leader dell’opposizione iraniana all’estero, nonostante le controversie riguardo il suo supporto politico. Fino alle proteste in Iran dello scorso gennaio, represse dal regime con una brutalità senza precedenti, Pahlavi non era stato preso seriamente. Tuttavia, la situazione è cambiata.
Durante le proteste, in particolare, si sono sentiti slogan che inneggiavano al ritorno della monarchia, suggerendo un certo sostegno popolare. Sui social media, Pahlavi ha celebrato le manifestazioni e condannato la repressione. Negli ultimi giorni, ha intrapreso un tour in Europa, partecipando a eventi e rilasciando interviste, riconquistando così una certa rilevanza, sebbene limitata.
Nel fine settimana ha preso parte alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, in Germania, dove ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e il ministro francese agli Affari europei Benjamin Haddad, tra gli altri. La sua presenza a un evento di tale portata non era scontata, almeno fino all’anno scorso. Pahlavi ne ha approfittato per chiedere agli Stati Uniti di rovesciare il regime iraniano del leader supremo Ali Khamenei.
A Monaco, ha anche partecipato a una grande manifestazione contro il regime, contribuendo alla sua organizzazione. Circa 250mila persone erano presenti all’evento, mentre manifestazioni più piccole si sono svolte in altre città, come Londra e Los Angeles.
Dalla scorsa estate, in seguito alla guerra dei 12 giorni tra Israele e Stati Uniti contro l’Iran, Pahlavi ha cercato di posizionarsi come mediatore in una potenziale transizione di potere in Iran. Ha presentato un piano di 169 pagine e ha dichiarato di non avere ambizioni di governo né di voler restaurare la monarchia, criticando allo stesso tempo i metodi autoritari del passato sotto la guida di suo padre.
Pahlavi beneficia della frammentazione dell’opposizione iraniana e ha tentato di consolidare un movimento attivo all’estero, chiedendo incontri con parlamentari statunitensi e diplomatici occidentali. Tuttavia, gli esiti di queste richieste rimangono incerti, e la critica nei suoi confronti è aumentata.
In occasione di questi sviluppi, la legittimità di Pahlavi è stata messa in discussione. Nonostante il suo attivismo, l’amministrazione Trump si è mostrata cauta nei suoi confronti. Trump ha descritto Pahlavi come “molto gentile”, ma ha sollevato dubbi sulla sua capacità di ottenere sostegno in Iran, utilizzando argomenti simili a quelli con cui aveva sminuito la leader dell’opposizione venezuelana María Corina Machado.
Inoltre, i legami di Pahlavi con gli Stati Uniti, e in particolare con Israele, rappresentano un’ulteriore sfida alla sua legittimità. Dallo scorso autunno, alcuni media israeliani hanno riportato di un network di account in lingua persiana, legati all’intelligence israeliana, impegnati nella propaganda a favore di Pahlavi sui social network, evidenziando che una leadership iraniana meno ostile sarebbe nell’interesse di Israele.
Nonostante le ambiguità nella percezione di Pahlavi in Iran, dove la censura del regime complica la situazione, vi è un crescente riconoscimento all’interno di una parte dell’opposizione iraniana della possibilità di un intervento esterno. Pahlavi ha sostenuto che un’azione militare potrebbe essere paragonabile allo sbarco in Normandia durante la Seconda guerra mondiale, suggerendo una connessione tra la sua visione e la liberazione dell’Iran da un regime percepito come violento e paranoico.