Ritirato un studio sui costi del cambiamento climatico: metodologie contestate
Uno studio ampiamente pubblicizzato sui costi catastrofici del cambiamento climatico è stato ritirato, a seguito di pesanti critiche alla sua metodologia. Pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature ad aprile 2024, l’analisi del Postdam Institute for Climate Impact Research aveva da subito riscosso una grande visibilità sui media internazionali ed era stata consultata oltre 300.000 volte online, riporta Attuale.
Il 3 dicembre, però, i ricercatori dell’istituto tedesco hanno fatto marcia indietro, ammettendo che alcuni errori nei dati li avevano spinti a sovrastimare i risultati, aggiungendo che le modifiche necessarie sono «troppo sostanziali» per una correzione.
Lo studio sosteneva che il cambiamento climatico avrebbe comportato un costo di 38 mila miliardi di dollari (quasi 33 mila miliardi di euro) all’anno entro il 2049. In una nuova analisi, già online ma non ancora sottoposta a revisione per la pubblicazione scientifica, tale cifra è stata ridotta a 32 mila miliardi di dollari (circa 27,4 mila miliardi di euro).
Inoltre, stimava che il cambiamento climatico avrebbe innescato una diminuzione del reddito globale del 19% entro il 2050 mentre la nuova analisi porta la cifra al 17%.
Infine, prevedeva che, con una probabilità del 99%, entro la metà del secolo sarebbe costato di più riparare i danni causati dal cambiamento climatico che costruire resilienza. Ora la revisione ha abbassato tale percentuale al 91%.
La ritrattazione ha subito alimentato polemiche e critiche, anche perché lo studio è stato utilizzato dalla Banca Mondiale e da altre istituzioni finanziarie per delineare gli scenari climatici utilizzati poi anche dai decisori politici. Sui social media ma anche su alcuni quotidiani, la decisione di Nature di ritirare l’articolo ha alimentato teorie cospirazioniste e in alcuni casi apertamente negazioniste, in cui si accusa i ricercatori di essere «completamente corrotti» o più in generale che la scienza del clima è «una truffa politica», sulla scia di quanto più volte asserito da Donald Trump, che ha ritirato per la seconda volta gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima.
La credibilità della scienza del clima è a rischio? «No, l’integrità della scienza si basa esattamente su principi come questi. Due ricercatori hanno evidenziato dei problemi su un punto di vista metodologico dei dati, e il paper è stato ritrattato. Gli autori hanno già preparato un nuovo studio che risottometteranno a peer review (revisione dei pari, ndr). Questo è un sano processo di dibattito scientifico in cui c’è una valutazione dei pari e una correzione quando necessario», commenta Massimo Tavoni, professore di Economia dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano e direttore scientifico dell’RFF-CMCC European Institute on Economics and the Environment.
«Il messaggio non scompare, anzi conferma lo studio di dieci anni fa, da cui tutto questo filone di ricerca è partito. E ne usciranno altri. Tutti indicano significativi costi economici del cambiamento climatico».
Il professore conferma che in questo campo, viste anche le tante variabili in gioco a livello globale, ci sono alti livelli di incertezza, anche perché molto dipende da quali saranno le politiche di adattamento e dalle azioni politiche e individuali intraprese. Tentare di stabilire una somma globale dei costi del cambiamento climatico per alcuni è addirittura azzardato.
«Ma questo è il lavoro che viene chiesto agli economisti», ribatte Tavoni. «Anche la regolamentazione degli Stati Uniti, prima di fare degli investimenti, richiede un’analisi costi-benefici. Il costo sociale della CO2 è stato calcolato, qualche anno fa, da uno studio su Nature che non è mai stato ritrattato: dimostrava che il costo sociale della CO2 è intorno ai 180-200 euro per ogni tonnellata di CO2 emessa».
I ricercatori del Postdam Institute affermano che il nuovo calcolo ridotto dei costi economici è dovuto alla distribuzione ineguale dei danni causati dai cambiamenti climatici in tutto il mondo, con le regioni più povere che subiscono maggiori perdite/danni in termini percentuali. «Questo si traduce in danni globali inferiori se espressi in dollari», affermano. Significa anche che i danni climatici globali annuali in dollari a metà di questo secolo sono circa cinque volte superiori (invece di sei volte come indicato nel calcolo originale) ai costi di riduzione associati alla limitazione del riscaldamento globale a 2°C.
Incredibile! Un’analisi così rilevante ritirata per errori, eppure usata da istituzioni importanti. Ma forse è la prova che la scienza funziona? Quanto avrà influenzato le politiche economiche globali questa cifra buffa di 38 trilioni? Non si capisce più nulla, ma ci fanno sempre pagare le conseguenze…