Il Cremlino ha trasferito sotto controllo russo gli asset di Tarkett, produttore francese di pavimenti, aprendo un nuovo capitolo nella stretta sui gruppi occidentali rimasti in Russia. Il provvedimento colpisce le azioni ordinarie e privilegiate della società russa del gruppo e arriva dopo misure analoghe contro Auchan, Leroy Merlin, Metro e Nestlé.
Il decreto è stato pubblicato il 15 ottobre 2026. Le azioni di Tarkett appartenevano finora a una controllata del gruppo registrata a Backa Palanka, in Serbia. Ora la gestione è stata affidata alla società russa Center Capital, attraverso il meccanismo della cosiddetta amministrazione esterna.
La formula non equivale automaticamente a una nazionalizzazione definitiva. Nell’immediato, però, sottrae ai proprietari stranieri la possibilità di dirigere liberamente le società russe, di decidere sulla distribuzione degli utili e di controllare la strategia aziendale. Il passaggio può quindi diventare il punto di partenza per una successiva cessione o confisca, anche se l’esito giuridico di ciascun caso resta ancora da definire.
Tarkett è uno dei principali produttori mondiali di pavimentazioni per abitazioni, uffici, impianti industriali e strutture sportive. Il gruppo gestisce 34 stabilimenti nel mondo, compresi due in Russia, oltre a otto impianti dedicati al riciclo dei pavimenti usati. La decisione di Mosca riguarda dunque non soltanto un marchio straniero, ma una rete produttiva già insediata nel Paese.
Il decreto ha incluso anche attività russe di altre società internazionali, tra cui Kappa Rus, Ontex RU, Eviosis Packaging Kuban e Mensen Packaging CIS. La Deutsche Welle ha ricostruito il trasferimento degli asset di Tarkett e l’elenco delle imprese coinvolte.
Un meccanismo che si sta allargando
La misura contro Tarkett si inserisce in una sequenza accelerata tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre 2026. In quel periodo Mosca ha imposto l’amministrazione esterna anche sulle attività russe di Auchan, Leroy Merlin, Metro e Nestlé, privando i gruppi stranieri della gestione diretta dei loro investimenti.
Nel caso della distribuzione commerciale, il valore degli asset non dipende soltanto dagli edifici o dalle merci. Comprende negozi, magazzini, sistemi logistici, personale e rapporti con i fornitori. Metro, per esempio, disponeva in Russia di 91 punti vendita distribuiti in 51 regioni. Una presenza di queste dimensioni, pensata dalle aziende come una garanzia di stabilità e continuità operativa, può diventare invece un patrimonio facilmente utilizzabile da chi ne assume il controllo.
La Deutsche Welle ha esaminato il destino delle catene commerciali straniere in Russia, tra amministrazione esterna e ricerca di nuovi proprietari. Per le imprese interessate, il problema non è più soltanto se il mercato russo resti redditizio, ma se sia ancora possibile esercitare i diritti legati alla proprietà.
Negli ultimi mesi sono aumentati anche gli ostacoli alla vendita delle azioni, al rimpatrio dei profitti e al pagamento dei dividendi. Le società che hanno cercato di ridurre la propria esposizione senza abbandonare completamente il Paese si trovano così in una posizione particolarmente vulnerabile: continuano a sostenere costi, obblighi e rischi locali, ma non dispongono più della stessa libertà di decisione.
La scelta di restare dopo l’invasione
Dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, molte imprese occidentali hanno mantenuto le attività russe richiamando la necessità di garantire i consumi essenziali, proteggere i posti di lavoro o preservare investimenti costruiti negli anni. La permanenza ha consentito loro di continuare a operare e di versare imposte in Russia, ma non ha creato una protezione contro l’intervento politico.
Al contrario, le dimensioni delle attività hanno reso le società più esposte. Una rete commerciale già funzionante, una produzione locale e una catena logistica consolidata sono beni che possono essere trasferiti rapidamente a un amministratore scelto dalle autorità. Il caso Tarkett mostra che neppure la presenza industriale, con impianti e competenze radicati nel territorio, mette al riparo dall’espropriazione del controllo.
Il Comitato orientale dell’economia tedesca ha affermato che il trasferimento degli asset russi di Metro dimostra quanto siano compromesse la certezza del diritto e la sicurezza degli investimenti nel Paese. Si tratta della valutazione di un’associazione economica, non di una sentenza giudiziaria, ma descrive il rischio che oggi accomuna settori diversi: quando una decisione politica prevale sui precedenti accordi societari, la pianificazione commerciale perde il suo fondamento.
La risposta alle sanzioni europee
Fonti del governo russo citate da Reuters hanno descritto la confisca degli asset occidentali come parte di una campagna pianificata in risposta alle sanzioni dell’Unione europea. Questa ricostruzione attribuisce il movente a fonti governative russe e non costituisce una prova indipendente delle motivazioni di ogni singolo decreto. La successione dei provvedimenti, tuttavia, indica una pressione organizzata su più società europee e su più comparti dell’economia.
Gli asset stranieri svolgono in questo schema una doppia funzione. Da un lato, mantengono in attività negozi e stabilimenti che assicurano beni, servizi e gettito fiscale; dall’altro, diventano uno strumento di pressione nei confronti dei governi che sostengono le sanzioni. Per le aziende, il rischio è asimmetrico: anche una posizione prudente o la volontà di conservare il business possono non bastare quando le regole cambiano per decisione amministrativa.
Le fonti Reuters non hanno escluso che lo stesso meccanismo possa essere applicato in futuro alle attività russe di UniCredit e Raiffeisen, rispettivamente italiana e austriaca. Si tratta per ora di uno scenario possibile, non di una decisione annunciata. Se venisse realizzato, il passaggio segnerebbe un ulteriore salto di livello, perché coinvolgerebbe il settore bancario e colpirebbe istituzioni già sottoposte alla pressione combinata delle autorità russe e dei regolatori europei.
Il caso Tarkett lascia quindi aperta una domanda decisiva: l’amministrazione esterna resterà una misura temporanea o diventerà il percorso ordinario con cui Mosca trasferisce gradualmente le imprese occidentali a soggetti russi? Finché la risposta non sarà chiara, ogni società straniera ancora presente nel Paese dovrà considerare la propria attività non soltanto come un investimento, ma come un bene esposto a una possibile decisione politica.