Teheran cerca un accordo con l’Oman dopo la perdita di fiducia in Washington

13.07.2026 03:25
Teheran cerca un accordo con l'Oman dopo la perdita di fiducia in Washington

Situazione tesa nello Stretto di Hormuz: il regime iraniano ammette colpi contro le forze americane

C’è un numero che perseguita chi prova a raccontare ciò che sta accadendo nello Stretto di Hormuz. È l’articolo 5 del memorandum d’intesa firmato digitalmente circa un mese fa tra Washington e Teheran, che ha dato inizio ai negoziati più delicati degli ultimi anni. Un punto chiuso troppo in fretta, si direbbe, visto che il cessate il fuoco che doveva garantire viene violato ripetutamente, riporta Attuale.

La fonte con cui parliamo — molto vicina al regime — lo ripete incessantemente. Chi controlla il traffico? «Ve lo spiega l’articolo 5». È previsto un compenso? «Ma l’avete letto l’articolo 5?». Secondo quanto dichiarato, gli americani avrebbero accettato una gestione a guida iraniana dello Stretto, condivisa con i Paesi rivieraschi, inclusa l’Oman. «E ora cambiano le carte in tavola, come sempre. Per questo siamo costretti a chiudere Hormuz», prosegue la fonte, intercettata tra riunioni della leadership, ora focalizzata su una nuova fase di guerra.

Intanto, a Teheran, il linguaggio si fa sempre più duro. Un consigliere della Guida suprema, Mohsen Rezaee, afferma che «questo tratto di mare strategico è più importante di decine di bombe atomiche e la Repubblica islamica farà di tutto per proteggerlo». Non è una provocazione, precisa la fonte: per Teheran lo Stretto non è merce di scambio. Non lo sarà mai. È sovranità, deterrenza, respiro strategico. Aspettarsi un passo indietro «significa sbagliare di nuovo la lettura della realtà. Possono continuare a bombardarci pesantemente: noi risponderemo. Non saranno loro questa volta a decidere la sorte della regione».

Sul fronte diplomatico, i mediatori di Qatar e Pakistan si prodigano per mantenere aperto un tavolo tra Washington e Teheran che rischia di richiudersi a ogni notizia negativa. Tuttavia, la fatica è evidente. «Non ci fidiamo di Trump», si sentenzia da Teheran, mentre i falchi del regime esultano. Sembra di essere tornati a due mesi fa, quando ogni margine di trattativa pareva bruciato. Il tavolo che funziona, si apprende, è quello con Muscat. Il portavoce della squadra negoziale, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che i ministri degli Esteri di Iran e Oman si sono incontrati per coordinare future disposizioni sul traffico marittimo. I colloqui sono descritti come tecnici e dettagliati: rotte, responsabilità in caso di incidente, sicurezza.

Ieri, per la prima volta dal cessate il fuoco dell’8 aprile, il regime ha ammesso di aver colpito una base americana in territorio omanita. Durante i quaranta giorni di guerra ci sono già stati tre attacchi a impianti energetici del sultanato, ma allora Teheran aveva negato ogni coinvolgimento per proteggere il mediatore. Stavolta non è stato così.

Restano aperte le domande fondamentali. Se le pone anche l’esperto Danny Citrinowicz: fino a che punto Washington intende spingersi con una strategia punitiva priva di un obiettivo politico? Un’amministrazione che non desidera una guerra su vasta scala, che non intende impiegare risorse, e che ha bisogno di prezzi dell’energia bassi, si ritrova con un ventaglio di opzioni sempre più ristretto. Colpire un’isola, una base, un deposito è un gesto dimostrativo, non un piano vincente. Il rischio è che tutto ciò diventi la routine di una guerra a bassa intensità senza scadenza, attrito che consuma senza risolvere.

In conclusione, a determinare le regole sarà la geografia, che non cambierà. Gli esperti di queste rotte ripetono un mantra: se Hormuz si chiudesse e se gli Houthi bloccassero Bab el-Mandeb, l’Asia resterebbe a secco di petrolio e gas per settimane. I paesi arabi confinanti, grandi esportatori del Golfo, sono i primi a tremare. Sono gli stessi che ospitano basi americane che diventano obiettivi delle rappresaglie iraniane. Oman, Giordania, Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Qatar condannano senza esitazioni gli attacchi iraniani. E Muscat, questa volta, convoca l’ambasciatore di Teheran.

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