Tragedia a Capodanno a Crans-Montana: 40 giovani morti in un incendio, italiani tra le vittime

04.01.2026 06:15
Tragedia a Capodanno a Crans-Montana: 40 giovani morti in un incendio, italiani tra le vittime

Crans-Montana: incendio devastante in un locale notturno, 40 giovani morti

Durante la celebrazione di Capodanno a Crans-Montana, un locale notturno è diventato teatro di una tragedia di proporzioni inimmaginabili: un incendio ha causato la morte di 40 giovani, lasciando più di cento feriti e dispersi, tra cui anche cittadini italiani, riporta Attuale.

Due immagini hanno suscitato un profondo dibattito nell’opinione pubblica: da un lato, le persone che, sopraffatte dal panico, spingono e travolgono gli altri nella disperata fuga verso la salvezza; dall’altro, chi resta immobile, intento a filmare l’orrore con il cellulare. I commenti sui social media si sono subito schierati: gli scappati sono accusati di egoismo, mentre gli spettatori passivi sono definiti mostri in cerca di notorietà. Una retorica comoda, che ci illude di poter essere diversi in una situazione simile.

La verità è più complessa. In situazioni di minaccia improvvisa, il cervello umano perde la capacità di ragionare. La parte razionale si disattiva, mentre la parte emotiva entra in funzione. L’amigdala si attiva e il corpo viene inondato di adrenalina, dando un solo ordine: scappa o muori. In tali momenti, pensare al prossimo diventa quasi impossibile. Il senso di pietà cede il passo all’istinto di sopravvivenza.

Quello che è accaduto a Crans-Montana evoca eventi passati come l’attacco al Bataclan a Parigi e l’11 settembre a New York. I sopravvissuti hanno raccontato come, nel tentativo di fuggire dall’inferno, abbiano dovuto calpestare i corpi e ignorare le grida: il senso di colpa si è manifestato solo dopo, quando il pericolo era sparito e la salvezza raggiunta. Un peso che persiste nel tempo.

All’opposto, il comportamento di congelamento, il blocco totale, può portare a non fuggire affatto. La mente si dissocia, ignora l’orrore circostante, trovando una sicurezza illusoria dietro lo schermo del telefono. Questo fenomeno è stato già osservato durante il tsunami del 2004 in Thailandia, dove molti hanno scelto di filmare l’acqua che si ritirava, ignari della catastrofe imminente. Sia fuggire travolgendo gli altri che rimanere impietriti a filmare sono dunque due manifestazioni dello stesso collasso psicologico. In entrambi i casi, la razionalità cede il passo alla paura.

Prima di giudicare i sopravvissuti, è cruciale porsi una domanda fondamentale: cosa avremmo fatto noi in quella situazione?

Dal divano è facile affermare “avrei aiutato” o “non avrei filmato, sarei scappato”. Ma la verità è che non possiamo sapere come reagiremmo realmente di fronte a un pericolo mortale; è in queste circostanze che emergono le nostre vere nature, ben lontane dall’ideale di civiltà che spesso ci sminuiamo ad abbracciare.

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