Roma, 7 settembre 2026 – Un’imponente operazione di sicurezza ha portato al trasferimento di 88 boss mafiosi sottoposti al regime di 41-bis nel carcere Uta vicino a Cagliari. Due aerei della Guardia di finanza, dieci voli militari, 65 veicoli, otto convogli terrestri, sette ambulanze, due droni e 207 agenti tra Gruppo operativo mobile, Gruppo intervento operativo e reparti territoriali hanno partecipato all’“Operazione Iride”, all’insegna della massima sicurezza, riporta Attuale.
Misure di sicurezza eccezionali
La Polizia penitenziaria ha blindato il percorso tra l’aeroporto militare di Decimomannu e il carcere, chiudendo interi tratti delle strade in seguito all’arrivo dei primi detenuti a bordo di aerei della Guardia di finanza, accompagnati all’Uta sotto una massiccia scorta.
Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare antimafia, ha definito l’operazione “brillantemente” conclusa, evidenziando “l’impegno e la professionalità” degli agenti coinvolti nel trasferimento.
Il super-carcere di Uta
La decisione di trasferire la maggior parte dei boss mafiosi detenuti in Italia in Sardegna si basa sulla creazione, avvenuta almeno 15 anni fa, di una sezione di massima sicurezza del carcere di Uta. Questa struttura è stata potenziata per accogliere un reparto dedicato esclusivamente ai detenuti soggetti al regime del 41-bis. Il ministero della Giustizia ha chiarito che il trasferimento non è una decisione improvvisata, ma segue un progetto ben definito, con 92 posti disponibili per i detenuti al 41-bis, già pianificato dal 2011. L’operazione attuale è parte di un ampio piano di riorganizzazione del sistema penitenziario ad alta sicurezza.
Il 41-bis
Il regime 41-bis rappresenta la misura detentiva più severa prevista dall’ordinamento italiano per quei detenuti ritenuti capaci di mantenere collegamenti con le organizzazioni criminali dall’interno delle carceri. Introdotto in seguito alle stragi mafiose del 1992, il regime mira a impedire la trasmissione di ordini dall’interno al mondo esterno attraverso familiari e affiliati.
Colosimo ha spiegato che l’obiettivo della riorganizzazione è “superare la promiscuità tra i diversi circuiti detentivi e creare poli dedicati esclusivamente al 41-bis”, con l’intento di “azzerare la capacità di comando dei vertici mafiosi”. Il governo ha inoltre sostenuto che la ristrutturazione interesserà vari istituti penitenziari in tutta Italia, con oltre 100 detenuti già trasferiti in altre carceri.
I dubbi della politica locale
Il trasferimento ha sollevato preoccupazioni in Sardegna, che già ospita una significativa popolazione carceraria e si confronta con carenze di personale e servizi. Il carcere di Cagliari-Uta, ampliato per gestire la nuova situazione, è diventato uno dei principali poli italiani per il regime duro.
Todde contro Nordio
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha contestato le preoccupazioni sollevate, dichiarando che la nuova sezione è “autonoma” e separata dal resto dell’istituto, enfatizzando l’idoneità degli istituti penitenziari sardi a gestire l’arrivo degli 88 mafiosi. Contrariamente, la presidente della Regione Alessandra Todde ha criticato la concentrazione dei detenuti nell’isola, definendo la decisione “unilaterale e arrogante” e affermando che “non siamo la Cayenna d’Italia”.
Le polemiche
Critiche sono giunte anche da parte del Movimento 5 Stelle e del Partito Democratico, con il deputato dem Silvio Lai che ha accusato il governo di “distribuire problemi e rischi” alla Sardegna. In risposta, il sottosegretario alla Giustizia Alberto Balboni ha elogiato il 41-bis come un “strumento efficace contro la mafia e la criminalità organizzata”, assicurando che il governo “non farà un passo indietro”. Colosimo ritiene che il trasferimento rappresenti una strategia destinata a creare carceri sempre più specializzate nella gestione del regime di massima sicurezza. Ora, il dibattito si concentra su se la concentrazione in Sardegna sia parte di un piano penitenziario consolidato o se richieda un confronto istituzionale più ampio per evitare che l’isola venga percepita come “la prigione” per i detenuti più pericolosi d’Italia.