Bruxelles prepara nuove restrizioni sui visti per i cittadini russi mentre Polonia, Svezia ed Estonia chiedono una risposta comune ai rischi legati alle minacce ibride. La Commissione europea dovrebbe presentare una proposta formale nel gennaio 2027, ma per i governi favorevoli a una linea più dura l’attesa rischia di ridurre l’effetto preventivo delle misure.
La posta in gioco riguarda un sistema che nel 2025 ha consentito di rilasciare circa 478.000 visti turistici Schengen a cittadini russi, molti dei quali con ingressi multipli. Il numero non dimostra abusi né coinvolgimenti individuali in attività criminali, ma indica l’ampiezza delle conseguenze che avrebbe una decisione coordinata dell’Unione europea.
Il problema delle regole divergenti
La discussione non riguarda soltanto quanti visti concedere, ma anche il modo in cui le diverse politiche nazionali interagiscono all’interno dello spazio Schengen. Una persona respinta da un Paese può, in determinate condizioni, presentare domanda altrove. Per i sostenitori di un approccio uniforme, questa possibilità crea una falla in un sistema nel quale una decisione presa a una frontiera esterna può avere effetti sull’intera area di libera circolazione.
Nel giugno scorso nove Paesi dell’Unione, insieme a Islanda e Norvegia, avevano chiesto un orientamento comune per il rilascio dei visti ai cittadini russi. Polonia, Svezia ed Estonia hanno poi collegato quella richiesta all’introduzione di limiti più severi, sostenendo che iniziative esclusivamente nazionali non bastano a proteggere uno spazio senza controlli alle frontiere interne.
Il ministro della Giustizia svedese Gunnar Strömmer ha definito l’attuale sistema dei visti un problema per la sicurezza europea, citando i timori per sabotaggi, incendi dolosi e altre forme di guerra ibrida attribuite, nelle valutazioni di diversi governi, ad attività riconducibili ai servizi russi. Si tratta di sospetti e valutazioni di sicurezza sulle operazioni legate allo Stato russo, non della prova che i normali titolari di un visto siano coinvolti in reati.
Anche il commissario europeo per la Migrazione Magnus Brunner ha invitato gli Stati membri a rilasciare meno visti ai cittadini russi. «Non si sa mai chi siano davvero questi turisti», ha affermato, sostenendo la necessità di controlli più rigorosi. La frase esprime un’esigenza di valutazione del rischio, ma non costituisce un’accusa nei confronti di ogni richiedente.
La proposta estone sui militari congedati
La misura più ampia finora avanzata arriva dall’Estonia: vietare l’ingresso nell’Unione europea agli ex appartenenti alle forze armate russe. Secondo la stima delle autorità di Tallinn, la categoria comprenderebbe circa 650.000 persone.
Il ministro degli Esteri estone Margus Tsahkna sostiene che una parte degli ex militari potrebbe essere utilizzata dai servizi russi per attacchi terroristici, sabotaggi, violenze o operazioni di influenza. È una valutazione formulata dal governo estone e riferita a un rischio potenziale; non equivale a stabilire che l’intero gruppo rappresenti una minaccia o abbia legami con le autorità russe.
Un divieto generale solleverebbe quindi questioni pratiche e giuridiche rilevanti. Le autorità dovrebbero verificare in modo affidabile l’eventuale servizio prestato nell’esercito, stabilire la durata dell’esclusione e decidere se prevedere eccezioni. Dovrebbero inoltre individuare criteri capaci di distinguere un rischio individuale concreto da una precedente esperienza militare priva di qualsiasi rapporto con attività dello Stato russo.
La proposta richiederebbe anche uno scambio sistematico di informazioni tra i Paesi europei. Un ingresso autorizzato in uno Stato alla frontiera esterna dello spazio Schengen può consentire, in linea di principio, di proseguire il viaggio verso molti altri Paesi senza ulteriori controlli. Per questo i sostenitori di regole più dure chiedono verifiche rafforzate sulle domande, una maggiore cooperazione tra le strutture di sicurezza e un coordinamento più stretto dei controlli di frontiera.
La scadenza del gennaio 2027
La scelta della Commissione di presentare la proposta soltanto nel gennaio 2027 alimenta le critiche dei governi che considerano già urgente la risposta alle minacce ibride. La loro obiezione è precisa: una misura annunciata tra diversi mesi avrà un effetto preventivo limitato se i rischi citati dalle autorità europee sono già oggetto di attenzione e indagine.
Accelerare, tuttavia, non elimina il nodo delle scelte da compiere. L’Unione dovrà decidere se irrigidire le procedure per tutti i richiedenti russi, limitare l’accesso a determinate categorie o puntare soprattutto su indicatori individuali di rischio. Le tre strade avrebbero conseguenze diverse sul piano della sicurezza, dell’amministrazione e dei diritti di chi viaggia.
Un modello basato sulla nazionalità o sull’appartenenza passata a un’organizzazione militare sarebbe più semplice da applicare, ma potrebbe includere persone senza alcun legame con attività ostili. Un sistema mirato sarebbe più selettivo, richiederebbe però dati affidabili, criteri condivisi e procedure comuni di ricorso e verifica. Senza questi strumenti, l’inasprimento potrebbe tradursi in decisioni disomogenee e difficili da difendere.
Resta poi il problema dell’efficacia. Se alcuni Stati adottassero regole molto più severe mentre altri mantenessero procedure più permissive, le restrizioni nazionali potrebbero essere aggirate all’interno dell’area Schengen. Al contrario, una disciplina comune dovrebbe essere abbastanza precisa da poter essere applicata alle frontiere e abbastanza solida da superare il vaglio giuridico.
La questione dei visti è così diventata un test per la capacità europea di trasformare una preoccupazione condivisa in uno standard operativo unico. Prima ancora di stabilire quanti cittadini russi potranno entrare, l’Unione dovrà decidere come conciliare sicurezza collettiva, controlli individuali e rapidità d’intervento.
Leggi il servizio di Politico sulle restrizioni ai viaggi nell’Unione europea.