Netanyahu: «Siamo vicini ai nostri obiettivi» tra euforia e preghiere

23.06.2025 07:45
Netanyahu: «Siamo vicini ai nostri obiettivi» tra euforia e preghiere

Tel AvivBenjamin Netanyahu, il premier israeliano, è tornato a visitare il Muro del Pianto per pregare, indossando la tipica kippah azzurra. Questo gesto avviene in un momento cruciale, mentre la campagna militare contro l’Iran continua. Recentemente, ha lasciato un biglietto tra le fessure del muro, richiamando il nome dell’operazione militare «Leone che sorge», esprimendo un messaggio di forza e unione del popolo, comparabile a una leonessa e un leone, come descritto nella Bibbia. Durante la visita, insieme a sua moglie Sara, ha pregato per la salute dell’ex presidente Donald Trump, riconoscendo l’importanza dei legami tra i due leader.

La relazione tra Netanyahu e Trump sembra aver ripreso vigore, simile ai tempi in cui il primo ministro si identificava con le parole di Trump. Nel suo recente discorso dalla Casa Bianca, Trump ha affermato: «Abbiamo lavorato come una squadra, forse come nessuna squadra ha mai lavorato». La chiarezza del ruolo di Netanyahu come capitano di questa “squadra” è fondamentale, specialmente ora che il presidente Trump richiede in cambio delle azioni concrete, come la fine degli attacchi contro l’Iran e la cessazione delle offensive a Gaza.

La situazione in Palestina rimane grave, con oltre 55.000 palestinesi uccisi. Gli aiuti umanitari sono stati disorganizzati a causa della rimozione da parte del governo israeliano e ora sono gestiti da un’organizzazione americana. I punti di consegna sono affollati da una popolazione in difficoltà e le tensioni aumentano quando i soldati sparano a chi si avvicina. Netanyahu non ha mai accettato la responsabilità per gli avvenimenti tragici dell’ottobre 2023, quando i terroristi di Hamas hanno attaccato. Nonostante ciò, nella popolazione israeliana esiste un’opinione favorevole ai bombardamenti contro l’Iran, ma la coalizione di destra attualmente al governo non godrebbe di una maggioranza se si votasse ora.

Un’atmosfera euforica sembra circondare Netanyahu, che celebra quella che definisce «la guerra che potrebbe chiudere tutte le guerre». Tuttavia, gli esperti avvertono che la sua strategia si basa sulla cooperazione americana, ormai ottenuta. Il primo ministro continua a sognare un cambio di regime in Iran, obiettivo che i funzionari della Casa Bianca sembrano non voler perseguire attivamente.

Le autorità israeliane affermano che gli obiettivi rimangono disponibili in Iran. Informazioni da parte dell’intelligence suggeriscono che i pasdaran potrebbero aver spostato le riserve di uranio arricchito da precedenti basi nucleari. Questo potrebbe giustificare la continuazione della guerra, come espresso da Netanyahu stesso: «Procederemo, anche se siamo nella fase finale delle decisioni».

A Gerusalemme, si sostiene che la formula «calma per calma», che ha risolto altri conflitti con Hamas, potrebbe essere applicata se l’Iran interrompesse gli attacchi. Tuttavia, l’assenza di trattative per la liberazione degli ostaggi è innegabile, con circa 50 persone ancora detenute a Gaza. Le tensioni interne sono palpabili, con i dirigenti estremisti che non sembrano voler affrontare le fratture create dalle politiche di destra negli ultimi sedici anni. Decisioni controverse come quelle di Itamar Ben-Gvir, che utilizza la polizia per silenziare le proteste dei familiari degli ostaggi, continuano a complicare il panorama politico israeliano. Nel frattempo, la popolazione continua a sentirsi intrappolata nelle conseguenze di questi eventi.

Questo clima complesso, tra guerre, guerre umanitarie e tensioni politiche interne, si intreccia con il futuro di una regione sempre più instabile e fragile, in cui le decisioni dei leader hanno un peso determinante.», riporta Attuale.

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