La Mole senza identità: il sociologo avverte “Ha perso la sua anima”

07.08.2025 06:16
La Mole senza identità: il sociologo avverte "Ha perso la sua anima"

La trasformazione di Torino e le sue sfide odierne

Un tempo, Torino era sinonimo di Fiat, la città operaia per eccellenza. Nel corso degli anni, molte città italiane hanno configurato la loro identità attorno a specifici settori o marchi. Questo legame, quando si rompe, lascia le comunità in uno stato di orfanità, privandole di una parte fondamentale della loro identità. Questo è quanto afferma Giuseppe Roma, ex direttore generale del Censis e fondatore dell’Associazione RUR (Rete Urbana delle Rappresentanze), un think tank focalizzato sullo sviluppo urbano e territoriale, riporta Attuale.

Ma in che modo Torino sta evolvendo? Un tempo si configurava come una one company town: tutto ruotava attorno alla Fiat. Oggi, invece, non solo il legame con l’azienda si è dissolto nella globalizzazione, ma altri territori, come il distretto automotive dell’Emilia, hanno preso piede nel settore.

Cosa sta avvenendo nel capoluogo piemontese? “Torino ha avviato un processo di riconversione su due fronti principali. Il primo riguarda l’innovazione, la ricerca e l’alta formazione. Il Politecnico rappresenta un punto di riferimento di rilevanza globale per il settore automotive, formando anche ingegneri cinesi. Inoltre, dopo le Olimpiadi invernali, la città ha scoperto la sua vocazione turistica, attirando visitatori verso poli di attrazione di fama internazionale, come il Museo Egizio”.

Quindi, la città sta sostituendo le catene di montaggio con ristoranti e bar? “In parte è vero, anche se questo cambiamento non basta a compensare la perdita in termini occupazionali e identitari. Le fabbriche sono praticamente scomparse, e perfino l’aeroporto ha rischiato di chiudere. Tuttavia, ci sono anche aspetti positivi da considerare”.

E quali sono? “La vita sociale e quotidiana della città ha effettivamente guadagnato vitalità. Durante l’era della Fiat, le strade di Torino si svuotavano alle 19, i ristoranti erano desolati: la città era quasi un satellite dell’industria. Oggi, Torino è molto più attiva. Ha perso capacità economica, ma ha acquisito nuovi valori su altri fronti”.

Perciò, se anche Stellantis decidesse di abbandonare la città, sarebbe la fine? “Solo se l’asse del suo sviluppo non si orienterà verso l’alta velocità Milano-Parigi. Così facendo, Torino potrebbe trasformarsi da località decentrata a cuore di un ampio corridoio europeo, contrastando il destino di altre città industriali come Brindisi o Taranto, che non hanno vissuto una simile evoluzione”.

Insomma, la città ha subito un trauma? “Assolutamente. L’Italia è ancora caratterizzata da una forte anima manifatturiera e ogni volta che una fabbrica chiude, si prova un lutto profondo. È una questione che va oltre il solo aspetto economico; pensiamo a Ivrea, una città che senza Olivetti non sarebbe praticamente esistita. Molti di coloro che hanno vissuto il periodo d’oro dell’industria avvertono una diminuzione del proprio status. Il turismo non può sostituire l’industria, anche perché non ha mai raggiunto un livello tale da poter “industrializzarsi””.

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