Il relazione complessa tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky costituisce una parte sempre più significativa della crisi in Ucraina. I due leader si conoscono da sei anni, ma non sono mai riusciti ad instaurare una vera sintonia. Il 2019 ha visto momenti di intensa interazione, tra cui un incontro nella Basilica di San Pietro, dove il presidente americano sembrava disposto ad ascoltare le esigenze ucraine. Tuttavia, questo ottimismo si è rivelato infondato, e oggi quel momento di apparente intimità politica è svanito, riporta Attuale.
Quasi quattro mesi dopo quell’incontro, le dichiarazioni di Trump sembrano aver preso una direzione contraria; il presidente americano ha espresso apertamente il suo disappunto verso Zelensky, affermando: «Non mi piace quello che fa Zelensky». Questa frase richiama alla memoria un episodio di febbraio, quando Trump insieme al suo vice maltrattò Zelensky nel corso di un incontro nello Studio Ovale, durante il quale il presidente ucraino richiedeva assistenza militare e finanziaria.
Anche se i meccanismi psicologici che influenzano le interazioni tra Trump e Zelensky non possono essere diagnosticati, esiste una costante: Trump richiede sempre qualcosa che Zelensky non può concedere. La questione risale al settembre del 2019, quando Trump, in procinto di terminare il suo primo mandato e con l’ombra della candidatura di Joe Biden, cominciò a premere su Zelensky affinché l’Ucraina riaprisse le indagini su Hunter Biden.
Hunter Biden, all’epoca vicepresidente di Burisma, non aveva alcuna competenza specifica nel settore energetico, ma Trump pretese indagini su di lui, interrompendo, in risposta, un pacchetto di aiuti militari dal valore di 250 milioni di dollari. La situazione si complicò ulteriormente quando Zelensky, appena eletto con un mandato anticorruzione, si trovò in difficoltà nel soddisfare le richieste di Trump.
Nell’incontro bilaterale a New York del 26 settembre 2019, Zelensky cercò di esprimere le sue ragioni, presentandosi in giacca e cravatta e ponendo fiducia nei complimenti di Trump, il quale auspicava una risoluzione pacifica tra Kiev e Mosca. Ma le cose evolsero verso un conflitto aperto; l’invasione russa del 24 febbraio 2022 ha cambiato il panorama politico in Ucraina e negli Stati Uniti.
Nonostante l’evidente cambiamento di contesto, il meccanismo di fondo nelle relazioni tra i due rimane: Trump desidera controllare la narrazione, come se fosse l’unico avente voce in capitolo. Con Biden alla presidenza, tuttavia, la tastiera diplomatica sembrava più equilibrata, partendo dalle necessità ucraine prima di delineare strategie. Adesso, invece, ciò che Zelensky pensa è di scarso rilievo; Trump sembra voler stabilire le regole del gioco a modo suo.
Nell’attuale scenario, Trump ritiene di avere trovato una soluzione alla guerra, suggerendo che l’Ucraina dovrebbe rinunciare al 20% del suo territorio, ora sotto il controllo russo. Questo impatto sulla sovranità ucraina appare impensabile per Zelensky, il quale è riluttante ad effettuare concessioni senza garanzie concrete dagli Stati Uniti contro possibili attacchi futuri.
Il concetto di compromesso territoriale non è una novità; perfino i collaboratori di Biden avevano speculato su un’eventuale necessità di rinunciare a parte dei territori occupati. Tuttavia, Biden si era impegnato a offrire a Zelensky un “percorso irreversibile verso la NATO”. Tutto questo è stato annullato da Trump, il quale manifesta l’intenzione di concludere rapidamente il conflitto, vedendo nella determinazione di Zelensky un ostacolo.
Ma che situazione incredibile… Trump sembra non capire affatto la complessità della crisi ucraina! La sua richiesta di cedere territorio è inquietante. Ma che casualità, viene sempre a galla la sua trama per controllare tutto. Non so come Zelensky riuscirà a gestire questo.