Il Comitato Internazionale della Croce Rossa: un faro di umanità nella guerra di Gaza
Da quando è iniziata la guerra nella Striscia di Gaza oltre due anni fa, il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) ha continuato le sue operazioni in aree inaccessibili a quasi tutte le altre organizzazioni umanitarie, devastate dai continui attacchi e bombardamenti israeliani. Ha gestito operazioni delicate di scambio tra prigionieri palestinesi e ostaggi israeliani, comprese quelle in corso in queste settimane, dopo l’inizio del cessate il fuoco, riporta Attuale.
Il CICR è l’organizzazione di riferimento per la protezione e l’assistenza delle persone in tempo di guerra, conosciuta per la sua politica di neutralità che le ha consentito di operare anche nelle situazioni di conflitto più complesse dell’ultimo secolo. Fondata nel 1863 dall’imprenditore svizzero Henry Dunant, l’organizzazione è composta interamente da cittadini svizzeri nel suo direttivo e ha il compito specifico, conferitole dalle Convenzioni di Ginevra, di monitorare il rispetto del diritto umanitario internazionale.
Collaborando con 191 Croci Rosse nazionali, tra cui la Croce Rossa italiana e la Mezzaluna Rossa palestinese, il CICR fornisce beni di prima necessità e soccorso medico alla popolazione civile in situazioni di conflitto. Le sue operazioni si basano sul principio di imparzialità: ogni persona, indipendentemente dalla nazionalità, etnia o religione, ha diritto all’assistenza.
Negli ultimi dieci anni, il CICR è stato l’unico ente internazionale a poter visitare le prigioni del regime di Bashar al Assad durante la guerra civile in Siria, unica organizzazione attiva durante il genocidio in Ruanda e una delle poche a poter visitare regolarmente i detenuti a Guantánamo, il carcere di massima sicurezza statunitense.
L’operatività del CICR nei contesti più difficili è sostenuta dalla sua politica di neutralità, un principio fondamentale. “Il nostro compito è focalizzarci sulla dimensione umanitaria, non politica”, afferma Achille Després, portavoce del CICR a Ginevra. Questa neutralità consente all’organizzazione di dialogare con tutte le parti coinvolte nei conflitti, mantenendo così accesso a territori e persone vulnerabili.
Il CICR si impegna costantemente a sensibilizzare stati e gruppi armati circa l’importanza del rispetto del diritto umanitario internazionale. Tuttavia, le sue operazioni si complicano in contesti instabili, dove la coerenza nella sua posizione è cruciale per la sua efficacia. Ad esempio, in Afghanistan, il CICR ha mantenuto la sua presenza e operatività anche dopo il ritorno dei talebani nel 2021, continuando un dialogo avviato in precedenza.
Ogni operazione è seguita da rapporti interni che evidenziano eventuali violazioni dei diritti umani, ma raramente questi documenti vengono resi pubblici. Invece, il CICR si impegna a negoziare con le parti coinvolte per migliorare le condizioni dei civili e dei prigionieri. Critiche sono emerse anche per il suo approccio nei confronti delle parti in conflitto; in particolare, durante il genocidio in Ruanda, dovette collaborare con le autorità che perpetravano i crimini per poter fornire assistenza.
Negli ultimi due anni, il CICR è stato criticato dalle famiglie degli ostaggi israeliani per la sua partecipazione a cerimonie organizzate da Hamas per la liberazione degli ostaggi e la restituzione dei corpi dei deceduti, giudicate da molti governi e organizzazioni umanitarie umilianti. Nonostante le richieste di accesso agli ostaggi, il CICR ha riferito di non avere ricevuto l’autorizzazione. Després ha affermato che le accuse contro l’organizzazione sono aumentate con l’emergere dei social media e la crescente polarizzazione sui temi dei conflitti.
In reazione a queste difficoltà, il CICR ha modificato il suo approccio comunicativo, aumentando la trasparenza attraverso dichiarazioni pubbliche e materiali informativi sulle proprie operazioni e principi.