Il compleanno di molti rifugiati rohingya registra il 1° gennaio
Nel campo profughi di Kutupalong, il più grande al mondo e al confine fra Myanmar e Bangladesh, il 1° gennaio non segna solo l’inizio dell’anno, ma rappresenta anche la data di nascita ufficiale per due terzi degli abitanti. Questa singolare coincidenza è legata a questioni burocratiche e alle sfide di identificazione di decine di migliaia di migranti, spesso privi di documentazione o in difficoltà comunicative, riporta Attuale.
Oltre 650mila rifugiati rohingya, di religione musulmana e originari del Myanmar, abitano nel campo, che si è trasformato in un rifugio dalle persecuzioni etniche perpetrate dal governo birmano, principalmente a partire dal 2017. La minoranza rohingya è fuggita dal Myanmar, un paese a maggioranza buddista, in cerca di sicurezza nel vicino Bangladesh.
A oggi, sono più di un milione i rohingya presenti in Bangladesh, la maggior parte dei quali vive nel campo di Kutupalong e in altre strutture allestite dal governo bangladese in collaborazione con le Nazioni Unite e ONG nella provincia di Cox’s Bazar, al confine con il Myanmar. Questi insediamenti sono stati creati circa dieci anni fa in risposta all’ondata massiccia di emigrazione rohingya, che ha avuto inizio negli anni Settanta.
Alla fine del 2016 e durante il 2017, il governo birmano ha avviato una campagna di persecuzione senza precedenti contro la minoranza rohingya, caratterizzata da uccisioni indiscriminate, incendi di villaggi e violenze sistematiche. Questo ha costretto quasi 700mila persone a cercare rifugio in Bangladesh in pochi mesi, sopraffacendo le autorità locali e gli aiuti umanitari, nel tentativo di gestire un afflusso così massiccio.
Le persone che giungevano nei campi profughi si presentavano in condizioni disastrose, molte delle quali analfabete e senza documenti. Per questo motivo, gli operatori umanitari hanno iniziato a registrare molti rifugiati con il compleanno fissato al 1° gennaio. Md Tajwar Rashid Ayan, impiegato in un centro di registrazione dell’ONU, ha condiviso con il New York Times che molti rifugiati non erano in grado di fornire una data precisa: «Non avevamo molto tempo e i rifugiati avevano bisogno di un documento. Dovevamo inserire qualcosa». Mohammed Anis, un 26enne residente del campo, ha dichiarato che nessuno gli aveva chiesto una data di nascita specifica, ma solo la sua età: ora celebra il compleanno il 1° gennaio, mentre prima era il 15 gennaio.
Anche Mohammed Faruque, un altro residentet del campo, ha affermato di festeggiare il compleanno insieme a numerosi familiari e amici, sebbene la sua vera data di nascita sia il 13 settembre. Questa pratica di registrazione, purtroppo, ha creato confusione e problemi identitari tra i rifugiati, molti dei quali vedono la loro identità usurpata da documenti che non riflettono la realtà.
Il caso dei rohingya è emblematico, ma ci sono molti altri gruppi di profughi che affrontano problematiche simili, tra cui quelli giunti da paesi come Afghanistan, Siria e Sudan. L’assegnazione del 1° gennaio come data di nascita per tanti migranti risale ai tempi della guerra in Vietnam, quando innumerevoli vietnamiti furono costretti a fuggire e a essere ricollocati negli Stati Uniti tramite programmi collaborativi con l’UNHCR.
Molteplici sono le ragioni che possono portare a registrare il 1° gennaio come nascita, inclusa la provenienza da culture dove il compleanno non è una data significativa. Per le popolazioni come gli Hmong, eventi come il matrimonio e la morte hanno un’importanza molto maggiore. In altre culture, il compleanno può essere associato non a un giorno specifico, ma a periodi dell’anno, come le stagioni delle piogge.
Nonostante le peculiarità di alcuni gruppi, per la maggior parte delle persone l’incongruenza tra la data di nascita reale e quella ufficialmente registrata genera problemi pratici e identitari. Per i rohingya, questo aspetto rappresenta una ulteriore dimensione della loro apolidità, in quanto dal 1982 il Myanmar ha revocato la loro cittadinanza, privandoli di un importante legame con la propria identità.
Recentemente, le Nazioni Unite hanno incoraggiato coloro che desiderano correggere queste incongruenze a farlo, ma l’accesso ai documenti ufficiali può spesso rivelarsi impossibile, poiché molti di loro hanno perso tali documenti o non possono tornare nel paese da cui sono fuggiti. Questa incertezza alimenta ulteriormente le paure legate alla registrazione di informazioni personali e alla loro identità.
Incredibile pensare che per così tanti rifugiati la loro vita sia ridotta a una data inventata. Ma è davvero triste che, in un mondo così avanzato, ci siano ancora persone costrette a vivere in questa confusione. La loro identità è stata stravolta. Come può un paese ignorare tanto dolore?