Richard Haass analizza il futuro dell’Iran e le posizioni americane
DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
NEW YORK – Richard Haass, ex consigliere di Bush padre, ha dichiarato che «gli Stati Uniti non sono nella posizione di determinare il prossimo leader dell’Iran». In un’intervista, Haass ha spiegato che l’amministrazione attuale può solo cercare di influenzare certi comportamenti e politiche di Tehran. La sua analisi giunge dopo che il presidente Trump ha annunciato la volontà di voler partecipare nella scelta del successore di Khamenei, sottolineando che le richieste di resa incondizionata non saranno mai accettate dall’Iran, il che potrebbe portare a un conflitto a lungo termine, riporta Attuale.
Trump ha affermato che non è necessario avere un governo democratico in Iran e che un nuovo leader religioso potrebbe essere accettato se mostrasse buone relazioni con gli Stati Uniti, Israele e i paesi arabi. Haass ha evidenziato che l’attuale amministrazione non ha mai posto l’accento sulla democrazia nella propria politica estera, pratica già visibile negli approcci verso altri paesi come il Venezuela.
Riguardo alle differenze tra le aspettative di Trump e quelle israeliane, Haass ha osservato che alcuni israeliani preferirebbero un leader militare pragmatico in Iran, piuttosto che un altro leader religioso con ideologie estreme. Questa preferenza si basa sull’osservazione della situazione nel mondo arabo sunnita, dove la presenza di figure pragmatiche ha talvolta portato a maggiori possibilità di dialogo e accordo.
Haass ha inoltre sollevato interrogativi sulla definizione e la realtà di un cambio di regime, suggerendo che gli obiettivi di Trump potrebbero non allinearsi perfettamente con quelli di Israele. La stabilità è la preoccupazione principale per i paesi del Golfo, che desiderano un Iran che non sostenga milizie nemiche e che non minacci le loro infrastrutture vulnerabili.
In merito all’inflazione dei prezzi dell’energia, Haass ha messo in guardia: «Quando la gente rifornirà l’auto, non sarà contenta», suggerendo che questo potrebbe avere ripercussioni sulle politiche future degli Stati Uniti. Infine, lui stesso ha espresso scetticismo riguardo al supporto bipartisan per un eventuale conflitto, rivelando di non essere più un repubblicano e di essere stato contro la guerra in Iraq, ritenendo che le attuali dinamiche potrebbero riprodurre errori simili.