Il governo libanese affronta sfide nel contesto delle trattative con Israele
Nelle trattative in corso con Israele, il governo libanese si trova in una posizione molto scomoda, intrappolato tra il governo israeliano, l’Iran, il gruppo filoiraniano Hezbollah e gli Stati Uniti, e fatica a far valere i propri interessi e la propria sovranità per porre fine a una guerra che non ha voluto, riporta Attuale.
Il 14 aprile, un incontro organizzato dagli Stati Uniti tra i rappresentanti di Israele e Libano, il primo diretto da decenni, aveva portato a un cessate il fuoco che scadrà il 26 aprile, tra tre giorni. Un ulteriore incontro è previsto per giovedì a Washington.
Il primo problema per il governo libanese consiste nel fatto che i negoziati puntano a un accordo duraturo per la fine delle ostilità tra Israele e Hezbollah. Tuttavia, Hezbollah non ha mai riconosciuto tali negoziati e, nonostante il cessate il fuoco, ha giurato di rimanere «col dito sul grilletto».
Il gruppo ha interrotto gli attacchi, seppure con alcune eccezioni, ma rimane incerta la durata di questa cessazione. Un dirigente di Hezbollah ha affermato: «Se il presidente della Repubblica e il capo del governo [libanese] continueranno sulla strada delle negoziazioni dirette, loro andranno per la loro e noi per la nostra».
Un secondo problema è la mancanza di consenso tra la popolazione libanese riguardo a tali trattative. Hezbollah non è solo una milizia, ma anche un partito sostenuto da un ampio elettorato tra i musulmani sciiti, e in alcune aree svolge funzioni statali attraverso una rete di scuole, ospedali e associazioni di beneficenza.
Con l’attacco a Israele all’inizio di marzo, Hezbollah ha trascinato il Libano in guerra con l’Iran. Sebbene il gruppo abbia perso parte della sua popolarità, continua a godere di un significativo sostegno, in particolare tra gli sciiti del sud. Per il governo, opporsi a Hezbollah significa schierarsi contro una parte sostanziale della popolazione.
In terzo luogo, la posizione del governo libanese risulta inconciliabile con quella di Israele, soprattutto per due motivi. Il Libano richiede il ritiro completo delle truppe israeliane dal proprio territorio e la possibilità di ritorno per i libanesi del sud, una parte consistente del milione e oltre di sfollati costretti a lasciare le proprie case a causa delle operazioni militari israeliane.
Il governo israeliano ha ripetutamente affermato che non intende ritirarsi fino a quando la «minaccia di Hezbollah» non sarà eliminata. Questo scenario è considerato ancora lontano e, secondo molti esperti, un’occupazione prolungata avrà l’effetto di rafforzare il gruppo, come è avvenuto in precedenti conflitti.
Dal mese di marzo, i bombardamenti israeliani su diverse aree del Libano, compresa Beirut, hanno causato oltre 2.000 morti. Israele ha anche invaso una porzione di territorio libanese meridionale, equivalente a circa l’1% della superficie totale del paese, con l’obiettivo dichiarato di creare una «zona cuscinetto» per prevenire l’accesso ai razzi di Hezbollah.
Attualmente, questa zona si estende per circa 10 chilometri oltre la linea di separazione tra i due paesi, con piani per un possibile ampliamento fino al fiume Litani più a nord. Per conseguire questo obiettivo, Israele ha dispiegato cinque divisioni e rafforzato i suoi avamposti, mentre ha iniziato a demolire edifici lungo il confine.
Questa strategia, simile a quella applicata nella Striscia di Gaza, mira anche a rendere inabitabili le aree di confine per allontanare militanti e sostenitori. Il governo israeliano desidera evitare ulteriori evacuazioni degli abitanti del nord di Israele, per non apparire debole agli occhi del proprio popolo.
Tuttavia, questo significherebbe che molti libanesi del sud rimarrebbero sfollati e costretti a cercare rifugio in aree popolate da altre comunità, aumentando il rischio di nuove fratture in una società già frammentata.
Un’altra questione cruciale concerne il disarmo di Hezbollah, obiettivo condiviso sia dal governo libanese che da Israele, ma estremamente difficile da realizzare. I tentativi passati di disarmare il gruppo non hanno avuto successo. Inoltre, la presenza di truppe israeliane non facilita questa operazione.
Il governo libanese non dispone dei mezzi necessari per disarmare Hezbollah, che è meglio armato e addestrato dell’esercito regolare e non ha intenzione di rinunciare alla guerra contro Israele. L’esercito libanese, composto da un mix di cristiani, drusi, sunniti e sciiti, rischia di scatenare conflitti interni se tentasse di smantellare Hezbollah, mettendo a rischio la stabilità del paese.
Tuttavia, il governo libanese ha recentemente adottato un atteggiamento più fermo nei confronti di Hezbollah. Dal 3 marzo, le attività militari del gruppo sono state dichiarate illegali e all’esercito libanese è stato chiesto di far rispettare tale divieto, sebbene ciò risulti complesso in pratica.
Hezbollah è legato in modo indissolubile all’Iran, da cui riceve finanziamenti e armamenti e fa parte del cosiddetto Asse della Resistenza. L’Iran rappresenta un nemico storico di Israele, implicando così la contrapposizione diretta anche tra Hezbollah e Israele.
Nonostante ciò, il presidente libanese Joseph Aoun ha cercato di separare la guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran da quella contro Hezbollah, enfatizzando che la decisione di entrare in guerra è stata presa unilateralmente. Se riuscisse a separare le trattative, il governo libanese potrebbe distaccarsi dall’Iran, riaffermare la propria sovranità e avvicinarsi all’Occidente nella speranza di ricevere aiuti economici e militari necessari per gestire la crisi umanitaria e disarmare Hezbollah.
Finora, però, non ha ottenuto risultati incoraggianti. Il cessate il fuoco in Libano è stato ottenuto solo dopo forti pressioni da parte degli Stati Uniti sul governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, noto per i suoi iniziali rifiuti a interrompere gli attacchi, spinto anche dalla richiesta dei Guardiani della rivoluzione, principale forza militare dell’Iran.