Teheran intensifica la repressione contro dissidenti e presunti collaboratori
Il responsabile della Giustizia iraniana, Mohsen Ejei, ha dichiarato che spie e traditori saranno giudicati sulla base della legge marziale, adottando misure giustificate dalla fase bellica. In queste settimane, l’Iran ha organizzato ampie retate e esecuzioni come messaggio di avvertimento nei confronti di coloro che collaborano con gli Stati Uniti e Israele, riporta Attuale.
Recentemente, è stato condannato a morte Mehdi Farid, membro dell’Agenzia atomica nazionale, accusato di aver collaborato con il Mossad israeliano e di aver compromesso il sistema digitale del paese. La sua esecuzione si aggiunge a un crescente elenco di pene capitali inflitte a coloro che il regime considera minacce alla sua stabilità, incluse due altre esecuzioni avvenute il 20 aprile nei confronti di membri dei Mujaheddin del popolo.
Queste esecuzioni, secondo la magistratura, sono una risposta necessaria all’aumento delle infiltrazioni delle agenzie di intelligence nemiche. Dopo la crisi di giugno, durante l’operazione “Epic Fury”, informazioni ritenute cruciali sono state ottenute da spie israeliano-americane, colpendo figure di alto profilo all’interno del regime, inclusi generali e scienziati coinvolti nei progetti nucleari.
La severità delle misure adottate va oltre la semplice repressione: serve a schivare eventuali critiche interne legate a precedenti omicidi mirati, come quello di Mohsen Fakhrizadeh, che ha sollevato interrogativi sulla sicurezza delle figure chiave del regime. La denuncia di carenze nella protezione ha alimentato discontento e voci che avvantaggiano la propaganda avversaria.
Il regime ha anche intensificato la sua campagna contro l’opposizione, processando manifestanti accusi di atti vandalici e di attacco alla polizia durante le recenti proteste. Le minoranze etniche, da curdi ad arabi, sono particolarmente nel mirino, sospettate di essere sostenitori del Mossad e della CIA.
Sabato mattina, l’agenzia Fars ha riportato il smantellamento di un network di oltre 250 “controrivoluzionari” nel Kurdistan e nel Kermanshah, accusati di operare con il sostegno degli Stati Uniti e dei sionisti. Questa operazione si inserisce in una serie di arresti avvenuti nella regione petrolifera del Khuzestan, che hanno visto l’intervento dei pasdaran contro i separatisti.
In un Iran sotto pressione internazionale, la repressione diventa uno strumento necessario per rafforzare il regime, rispondere alle ribellioni e prevenire ulteriori sollevazioni. La repressione mira a mantenere il controllo in un contesto di crescente criticità e divisioni interne tra i vertici del governo.