Clemens Fuest avverte: Germania a rischio decennio perduto come l’Italia negli anni ’90

30.04.2026 10:15
Clemens Fuest avverte: Germania a rischio decennio perduto come l'Italia negli anni '90

La Germania rischia un decennio perduto, avverte l’economista Clemens Fuest

«Se la Germania non sta attenta, rischia di fare la fine dell’Italia negli anni Novanta». Questo è l’allarme lanciato da Clemens Fuest, direttore dell’istituto Ifo, noto per le previsioni mensili sulla crescita economica. Fuest mette in guardia sull’attuale situazione economica tedesca, evidenziando che «rischiamo un decennio perduto — dice —, e se non reagiamo forse anche di più», riporta Attuale.

Recentemente, l’istituto ha segnalato che il programma di investimenti di 500 miliardi di euro del governo, noto come «bazooka» di Merz, non sta dando i risultati sperati. «Fino ad ora, solo 24 miliardi sono stati spesi nel 2025, mentre gli investimenti aggiuntivi ammontano a solo un miliardo, il che significa che i restanti 23 miliardi sono stati utilizzati per altri scopi», prosegue Fuest.

«Esattamente. Di fatto, si è usato il fondo per alleggerire il bilancio ordinario», spiega Fuest, indicando che il fondo è stato impiegato per coprire buchi di bilancio, un approccio che ricorda il modo di operare in Italia.

Sul tema degli investimenti pubblici nella difesa, Fuest sottolinea che, nonostante alcune aziende stiano chiudendo, l’industria della difesa sta riutilizzando parte della manodopera. Tuttavia, avverte che la dimensione dell’industria della difesa in Germania è insufficiente per compensare il declino degli altri settori, in particolare quello automobilistico, da sempre un pilastro dell’economia tedesca.

Fuest analizza anche la trasgressione alle discipline fiscali, distintive della Germania nel contesto dell’Unione Europea, affermando che il Paese ha abbandonato il suo modello di stabilità. «Oggi la Germania si sta indebitando a un ritmo allarmante, con il debito destinato a salire all’80-90% entro il 2040», avverte Fuest, insieme a un potenziale rischio di perdita di reputazione finanziaria. «I tassi d’interesse sui titoli tedeschi sono aumentati, e il divario con gli altri Paesi si è ridotto».

«Ci sono fattori esterni e interni che contribuiscono alla crisi», afferma. Tra i fattori esterni, Fuest menziona il cambiamento nel contesto globale che, in passato, favoriva l’economia tedesca, ed ora è sfidato da geopolitiche complesse come la guerra in Ucraina, le tensioni con la Russia e la concorrenza cinese. «Un tempo, la Germania era la “vincitrice della Cina”, ora sta perdendo anche in settori dove era forte», commenta Fuest, evidenziando una propria incapacità di adattamento, come ad esempio le scelte in ambito energetico che sono state altamente costose.

Riguardo alle affermazioni del presidente degli industriali, Peter Leibinger, che ha descritto la situazione attuale come «caduta libera» e la peggiore crisi del dopoguerra, Fuest concorda: «Non solo l’economia ristagna, ma gli investimenti privati, che rappresentano il 90% del totale, sono in calo dal 2019, raggiungendo livelli del 2015». Questo suggerisce che il PIL si sostiene principalmente tramite la spesa pubblica, finanziata a debito.

Fuest conclude con una nota di speranza ma anche di urgenza: «Spero che non sia la fine del modello tedesco, ma ciò dipende da noi. Se non miglioriamo la situazione, ci attende una lunga stagnazione». Richiama l’attenzione sulla necessità di meno burocrazia e di riforme significative per evitare una stagnazione economica protratta, simile a quella vissuta dall’Italia negli anni ’90.

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