Meloni cerca equilibrio tra alleanze internazionali e crisi energetica
Roma, 7 maggio 2026 – No al nucleare iraniano, ma no anche alla guerra contro Teheran. La linea di Giorgia Meloni per il faccia a faccia di domani con Marco Rubio è un esercizio di funambulismo diplomatico: tenere insieme la centralità del rapporto con gli Stati Uniti e il legame strategico con Francia, Germania e Gran Bretagna, rilanciando la disponibilità italiana per una missione internazionale nello Stretto di Hormuz con i nostri cacciamine, previo passaggio parlamentare, riporta Attuale.
È un equilibrio difficile, in cui la premier cerca la riconciliazione con un Trump “furioso” senza però rimangiarsi niente: sostegno e solidarietà all’amministrazione americana, ma l’Italia non può accogliere richieste che violerebbero la Costituzione – come l’uso delle basi militari in missioni belliche – né rinunciare a esprimere il proprio pensiero sulla guerra e sugli attacchi a Papa Leone XIV. A Palazzo Chigi lo ammettono: l’esito dei colloqui di domani (anche il ministro degli Esteri incontrerà Rubio) dipenderà da come andranno quelli, più ostici, di oggi in Vaticano. Oltre Tevere li prevedono “franchi e diretti”, e nel codice della politica quegli aggettivi sono tutto un programma.
Il delicato confronto con il Segretario di Stato americano non è stato però l’unico, né il principale argomento del vertice di ieri a Chigi. Un’ora e mezza, compreso il pranzo a base di pesce, è servita per registrare gli assetti interni e ristabilire la scala delle priorità in vista delle prossime elezioni politiche insieme ai due vice, Antonio Tajani e Matteo Salvini, e al leader di Noi Moderati Maurizio Lupi. La parte del leone l’ha fatta la crisi energetica, un’urgenza che brucia oggi ma ipoteca anche il futuro, legata alla necessità di raggiungere l’indipendenza energetica. I leader del centrodestra hanno stilato una strategia articolata su tre livelli, con la premier che ha informato sull’incessante attività per diversificare gli approvvigionamenti, a partire dall’Azerbaigian.
Per sostenere cittadini e aziende, la strada è quella indicata dal titolare del Mef, Giancarlo Giorgetti, a Valdis Dombrovskis, commissario europeo per l’Economia: non estendere la clausola di salvaguardia già stabilita per le spese militari all’energia, ma spostarne l’oggetto, usando quelle risorse per far fronte alla crisi subito. Alle armi si penserà più tardi. Una porta stretta che pare non del tutto chiusa, a differenza delle precedenti proposte italiane. “Se l’Europa ci darà una mano bene, altrimenti lo faremo lo stesso”, dice Salvini.
La vera novità è però la scelta di procedere a passo di carica sul ritorno al nucleare. “Non è una scelta ma un obbligo e un dovere”, sottolinea ancora Salvini. L’accelerazione punta a far chiudere entro la fine dell’anno l’iter del disegno di legge delega, avviando da gennaio i decreti attuativi. Decisione presa anche sulla legge elettorale: il summit vuole stringere i tempi, secondo il programma già ipotizzato, con il via libera alla Camera prima della pausa estiva.
La premier è tassativa: la riforma si deve fare. Nessuno si è opposto: non la Lega, nonostante i malumori dei “ras” nordici, e neppure Forza Italia, anche se negli ultimi giorni si erano moltiplicate le voci su un pollice verso di Marina e Gianni Letta. “Procederemo diritti”, assicura Salvini, che però non vede di buon occhio l’ipotesi azzurra di eliminare il listino per la distribuzione del premio di maggioranza.
L’accelerazione ha comunque un limite nel dialogo con l’opposizione. Sì, perché i leader vogliono dialogare con la minoranza, che per ora liquida lo Stabilicum come “irricevibile”.
Il testo, su cui sono in corso le audizioni in commissione Affari costituzionali, è comunque destinato a essere modificato, anche per evitare il rischio di un affossamento della Consulta. Si ragiona sull’abbassamento del premio di maggioranza e, tra le ipotesi, c’è quella di non attribuirlo affatto qualora si determinino due maggioranze diverse tra Camera e Senato. In quel caso, spiegano fonti azzurre, l’idea sarebbe di lasciare il proporzionale puro e rimettere nelle mani del capo dello Stato la scelta su come procedere. Peraltro, la determinazione resta sub judice: se a ottobre i sondaggi dessero il centrodestra per sconfitto, non è escluso che la premier ci ripensi, evitando di regalare un vantaggio che andrebbe a tutto beneficio degli avversari. Ultimo capitolo quello delle nomine, di cui secondo Salvini “non si è proprio accennato”. Eppure, tra i nodi più spinosi resta il passaggio del leghista Federico Freni alla presidenza della Consob. Il Capitano insiste, ma permangono forti remore ai piani alti del governo in una partita complicata che comprende anche l’Antitrust e la Rai. Che se ne sia discusso o meno, la sostanza non cambia: stallo era e stallo rimane.