La Costituzione come soggetto di riforma: il nuovo libro di Antonio Polito
Il libro di Antonio Polito affronta la Costituzione non come un artefatto da esporre in cerimonie civili, ma come un testo politico vitale, inserito nella storia e destinato a confrontarsi con essa. La Costituzione non è di sinistra, sottotitolo Contro l’uso politico della Carta, si struktura in tre movimenti: la Costituzione “rapita”, quella divenuta “di sinistra”, e quella “sgradita”, e sostiene una tesi precisa: la Carta del 1948 è stata trasformata, in particolare a sinistra, da strumento comune a bandiera identitaria, da architettura della Repubblica a arma retorica contro il nemico, riporta Attuale.
Polito non offre un trattato di diritto costituzionale, né pretende una neutralità notarile. Il suo lavoro è un pamphlet colto, arguto e documentato, dove la polemica non sostituisce l’analisi, ma la esorta a prendere posizione. L’obiettivo non è la Costituzione in sé, quanto il costituzionalismo liturgico, ovvero la devozione civile che scambia rispetto per immobilismo, attuazione per idolatria, e revisione, prevista dall’articolo 138, per sacrilegio. In questo contesto, il libro colpisce un nervo scoperto della Seconda Repubblica: la difficoltà italiana di differenziare tra intangibilità dei principi supremi e manutenzione delle istituzioni.
Particolarmente acuta è la sezione in cui Polito invita a tornare al testo, ai passaggi dimenticati e agli equilibri interni. La Costituzione, sottolinea, non è solo una carta dei diritti, ma include anche doveri, limiti e contrappesi. L’articolo 1 non conferisce al popolo una sovranità assoluta, bensì una sovranità esercitabile “nelle forme e nei limiti” della Carta. L’articolo 11 rifiuta la guerra, ma non stabilisce un neutralismo passivo. L’articolo 52 definisce la difesa della Patria come un dovere “sacro”. Qui, nelle intricate pieghe della Carta, il libro mostra la sua eleganza: disamina la retorica senza cadere nel cinismo.
Il tema della giustizia, dalla separazione delle carriere alla natura del pubblico ministero, emerge come un caso emblematico. Polito utilizza questo argomento per dimostrare come molte questioni siano state spostate dal terreno della scelta politica a quello dell’accusa costituzionale. Non si discute più se una riforma sia utile o ben congegnata; viene proclamato che è un attacco alla democrazia. Questa distorsione è pericolosa, poiché impoverisce la politica e carica la Costituzione di un compito inappropriato: diventare il tribunale preventivo di ogni conflitto.
Il merito del saggio risiede, dunque, nel tentativo di sottrarre la Costituzione alla proprietà simbolica di un partito, la sinistra, senza conferire la sua paternità all’altra parte. Polito è consapevole che la Carta non è di destra. Qui risiede la forza della sua tesi: non vìole la critica al centrodestra, al quale rimprovera occasioni perse e revisioni rare, ma identifica nella sacralizzazione progressista della Carta uno dei meccanismi più efficaci del conservatorismo istituzionale italiano. Nata da un compromesso tra culture diverse, la Costituzione è divenuta un luogo di eterogenesi dei fini: chi la diffidava ne ha fatto un altare, e chi non l’ha mai sentita propria ne ha trasformato il dibattito in un cantiere.
Certo, in alcuni passaggi la forza dell’argomentazione sembra porsi come contro-egemonica, quasi che alla retorica della Costituzione “più bella del mondo” si debba opporre una retorica alternativa. Tuttavia, è proprio questa nettezza a rendere il libro necessario. Polito sfida il lettore a una domanda cruciale: si può amare la Costituzione senza tenere ferma la sua essenza? Si può proteggere la democrazia senza trasformare ogni oppositore in un eversore?
La risposta fornita dal libro è affermativa. La Costituzione vive se viene studiata, discussa, attuata e, ove necessario, riformata con prudenza e rispetto. Non deve essere un feticcio da sventolare nelle piazze né un ostacolo da aggirare nei palazzi. Essa rappresenta la grammatica comune di una Repubblica che deve imparare a cambiare senza sentirsi tradita. In tempi di polarizzazione costante, Polito offre un’opera intelligente e provocatoria: non richiede di abbandonare la vigilanza sulla democrazia, ma di elevare il livello del dibattito pubblico.