Ritardo di un mese nell’identificazione dell’epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo

20.05.2026 13:15
Ritardo di un mese nell'identificazione dell'epidemia di ebola nella Repubblica Democratica del Congo

Ritardo nell’identificazione dei casi di Ebola accelera la diffusione nella Repubblica Democratica del Congo

Un ritardo di circa un mese nell’identificazione dei primi casi di Ebola ha contribuito alla diffusione della malattia nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), a una velocità superiore a quella osservata in precedenti epidemie. La mancata rilevazione è stata dovuta alla scarsa disponibilità di test nel nord-est del paese, dove si è sviluppato il primo focolaio. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha finora ricevuto notizie di oltre 500 casi sospetti e 130 morti sospette, ma solo 30 casi sono stati confermati dalle autorità sanitarie locali, riporta Attuale.

L’epidemia è causata dal Bundibugyo ebolavirus, identificato per la prima volta circa venti anni fa in Uganda e considerato più raro rispetto allo Zaire ebolavirus, che causa la variante più diffusa della malattia. La scarsa diffusione del virus è probabilmente la causa principale del ritardo nell’identificazione del nuovo focolaio nella provincia di Ituri. Il focolaio è stato confermato dalle autorità congolesi il 15 maggio, ma si sospetta che uno dei primi casi risalisse ad almeno il 25 aprile, rimanendo inizialmente non rilevato.

Nei primi stadi della malattia, i sintomi dell’Ebola possono includere stanchezza, mal di testa e febbre, condizioni che possono essere fraintese come segni di malattie meno gravi. Nella fase avanzata, i sintomi peggiorano, portando a vomito e dissenteria debilitanti, con febbri emorragiche che risultano spesso letali. Se la malattia non viene identificata rapidamente, il rischio di contagio tra la popolazione aumenta notevolmente.

La trasmissione del virus avviene attraverso il contatto diretto con i fluidi corporei di una persona infetta, come sangue, saliva, feci e vomito. Gli operatori sanitari e i familiari dei malati si trovano quindi a rischio elevato di contagio, specialmente se non utilizzano le dovute protezioni. Rischi analoghi si presentano anche nelle procedure di sepoltura, poiché il virus rimane contagioso anche dopo la morte.

In un recente rapporto, l’OMS ha evidenziato un «ritardo cruciale di quattro settimane nell’identificazione» dei primi casi attraverso test di laboratorio. La trasmissione del virus nella popolazione era quindi già in corso prima che venissero attivate le procedure di contenimento, previste da diversi protocolli in RDC, dove i nuovi focolai di Ebola sono un fenomeno ricorrente.

I primi test sui campioni raccolti da malati ed eseguiti a Bunia, una città vicina al focolaio, erano risultati negativi, probabilmente a causa dell’adeguamento degli strumenti alla rilevazione dello Zaire ebolavirus invece che del Bundibugyo ebolavirus. I campioni sono poi stati inviati a Kinshasa, dove un’analisi più approfondita ha confermato l’infezione da Bundibugyo ebolavirus in otto dei tredici campioni testati.

L’organizzazione internazionale Medici senza frontiere ha ricevuto segnalazioni tra il 9 e il 10 maggio su un numero insolito di decessi nell’area di Mongbwalu, a nord-ovest di Bunia. I sintomi hanno sollevato il sospetto di febbri emorragiche, ma ottenere informazioni si è rivelato complicato a causa delle difficoltà di accesso alla zona, aggravate dalla stagione delle piogge e dalla presenza di milizie rivali in conflitto con l’esercito congolese.

Lo scorso fine settimana, l’OMS ha dichiarato l’epidemia un’emergenza sanitaria di rilevanza internazionale, dopo aver registrato alcuni casi anche in Uganda. Questa dichiarazione cerca di attivare attività di coordinamento internazionale per ridurre i rischi di diffusione in altri paesi dell’Africa e nel resto del mondo. Attualmente, il rischio è considerato basso, poiché in generale gli ebolavirus non sono contagiosi come quelli che generano pandemie. Tuttavia, è fondamentale tracciare e isolare i casi per prevenire contagi locali potenzialmente fatali per oltre un terzo delle persone infette.

Il ritardo nell’identificazione del focolaio ha avuto un impatto significativo sulla diffusione della malattia e suggerisce la necessità di ripensare non solo le procedure, ma anche i test per la rilevazione del virus. Sviluppare test universali per i vari ceppi degli ebolavirus è complesso a causa delle differenze genetiche tra essi. Inoltre, in aree rurali e isolate, i problemi di identificazione rapida sono accentuati dalla scarsità di laboratori attrezzati e dalle difficoltà nel trasporto dei campioni biologici.

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