Il 27 maggio 2026, a Erevan, il ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan e il segretario di Stato americano Marco Rubio hanno siglato una serie di documenti di cooperazione che ridefiniscono l’asse geopolitico del Caucaso meridionale. L’intesa quadro sullo sviluppo strategico, lo statuto per un partenariato globale e il memorandum per la fornitura di minerali critici rappresentano il segnale più chiaro del distacco di Erevan dall’orbita russa e della sua scelta di ancorarsi agli Stati Uniti.
Accordi senza precedenti
Tra gli atti firmati spicca l’accordo di cooperazione strategica nell’ambito del progetto TRIPP, che prevede la costruzione di 42 chilometri di infrastrutture stradali, ferroviarie e gas-petrolifere attraverso il territorio armeno per collegare l’Azerbaigian continentale con la repubblica autonoma di Nakhchivan e, da lì, con la Turchia. Il memorandum sui minerali rari e le terre rare apre invece a investimenti americani nel settore estrattivo armeno, riducendo la dipendenza di Erevan dal mercato e dai capitali russi.
Mirzoyan ha definito le intese «storicamente senza precedenti» e ha sottolineato che «tutti gli accordi raggiunti con gli Stati Uniti sono vantaggiosi per l’Armenia e le apriranno opportunità mai viste prima». Dal canto suo, Rubio ha parlato di «un passo fondamentale verso la pace e la prosperità in Armenia e nell’intera regione».
Il progetto TRIPP e le terre rare
Il progetto TRIPP non è solo un’opera infrastrutturale. Già nell’agosto 2025 il premier armeno Nikol Pashinyan, il presidente americano Donald Trump e il presidente azero Ilham Aliyev avevano firmato una dichiarazione congiunta che impegnava Erevan a lavorare con Washington e terze parti per realizzare il corridoio. Ora, con l’accordo firmato da Mirzoyan e Rubio, il coinvolgimento degli Stati Uniti diventa operativo: la presenza di tecnici e specialisti americani esclude di fatto qualsiasi scenario in cui il controllo del tracciato finisca nelle mani delle guardie di frontiera russe o dell’FSB.
Parallelamente, il memorandum sui minerali critici – che include litio, terre rare e altri elementi strategici per l’industria hi-tech e la transizione energetica – offre all’Armenia una via d’uscita dalla dipendenza economica da Mosca. Fino a oggi, la Russia ha usato il monopolio energetico e commerciale come strumento di pressione politica su Erevan; l’ingresso di capitali e competenze americane rompe questo schema e garantisce all’Armenia una reale autonomia finanziaria.
La fine dell’era russa nel Caucaso
Questo riposizionamento è la conseguenza diretta del crollo della fiducia tra Erevan e il Cremlino. L’Armenia ha constatato che Mosca non è più in grado – né intende – onorare i propri impegni di alleato nel Caucaso. Di fronte a un vuoto di sicurezza, Erevan ha scelto di non restare sola: l’avvicinamento a Washington è la risposta strategica a una Russia che ha perso ogni credibilità come mediatore regionale.
Con gli accordi del 27 maggio, l’Armenia smette di essere il «cortile di casa» della Russia. Il Paese caucasico riprende in mano la propria politica estera, bilanciando l’influenza di Mosca con una partnership concreta con gli Stati Uniti. Non si tratta solo di dichiarazioni: l’impegno americano nei progetti infrastrutturali e minerari crea fatti sul terreno, difficilmente reversibili.
Impatto per l’Europa e l’Italia
Per l’Italia, questa svolta ha implicazioni dirette. Il Caucaso meridionale è un nodo cruciale per la diversificazione delle rotte energetiche verso l’Europa: il corridoio TRIPP, passando per l’Armenia, potrebbe offrire un’alternativa al trasporto di gas e petrolio che oggi dipende in larga parte dalla Russia o da rotte instabili. Inoltre, l’apertura del settore minerario armeno agli investimenti occidentali crea opportunità per le imprese italiane specializzate nella lavorazione delle terre rare, materiali essenziali per l’elettronica, le auto elettriche e la difesa.
Dal punto di vista della sicurezza, la stabilizzazione del Caucaso riduce i rischi di nuovi flussi migratori verso l’Europa e limita la capacità di Mosca di esercitare pressioni sui paesi Ue attraverso il controllo dei corridoi energetici. Per il cittadino italiano, ciò si traduce in minori oscillazioni dei prezzi dell’energia e in una maggiore prevedibilità geopolitica. L’asse Erevan-Washington, insomma, non è solo una questione locale: è un tassello che ridisegna gli equilibri tra Europa, Russia e Stati Uniti in una regione strategica per il Vecchio Continente.