Roma, 12 giugno 2026 – I tradizionali battibecchi parlamentari pre-vertice internazionale stavolta superano il livello di guardia. Al grillino Silvestri, che l’accusa di aver “indossato le ginocchiere” davanti a Trump e Netanyahu, Giorgia Meloni replica infuriata: “Quello che non riuscite ad accettare è che una persona, senza mai indossare delle ginocchiere, sia arrivata dove è arrivata! Vi dà fastidio che la prima donna presidente del Consiglio in Italia sia arrivata dalla destra”. Ma dietro lo show a favore di telecamere, il dibattito alla Camera e al Senato per il G7 e il Consiglio Ue della prossima settimana registra due novità pesanti: una furiosa resa dei conti nella destra a causa di Vannacci e l’improvvisa svolta della premier, che abbandona i panni dell’amica di Ursula per lanciare un durissimo attacco a Bruxelles. riporta Attuale.
Nel mirino della leader di FdI finiscono le riunioni ristrette a pochi partecipanti (i formati E3): “Ci sono Paesi che vogliono una prima fila tutta per sé; rischiano di fare danni anziché aiutare”. Poi l’attacco si sposta sul mastodontico apparato Ue e sulla Commissione guidata da von der Leyen, colpevole di aver rilanciato l’odiato Green Deal. Prima di entrare nel vivo dei dossier, la premier respinge le accuse di sudditanza (“La cooperazione non può tradursi in deleghe che svuotano la sovranità degli Stati”) e rilancia l’idea di un inviato unico europeo per la crisi ucraina — proposta identica a quella del dem Provenzano. Da mesi per il ruolo circola il nome di Mario Draghi, ma a Roma non dispiacerebbe nemmeno Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo. A sbarrare la strada, però, sono i “grandi Paesi egoisti” che vogliono guidare i giochi. Sul punto Meloni incassa l’assist di Sergio Mattarella, nel consueto pranzo al Quirinale che precede summit internazionali: “È molto opportuno che l’Unione si presenti con una voce sola”. Frenata netta, invece, per Giorgia sull’ingresso accelerato di Kiev nell’Unione: “Il percorso deve basarsi sul merito”, dice sposando la linea del tedesco Merz per un’Ucraina associata ma senza adesione reale.
Passando da una guerra all’altra, il copione non cambia. Meloni difende le sanzioni contro i coloni e attacca il ministro israeliano Ben-Gvir – colpevole di aver paragonato l’Italia a una “ciabatta” – ma fissa un limite invalicabile: “Isolare Israele non può essere un obiettivo, perché rafforza gli estremisti”. Ribadisce poi il suo “no” al superamento del diritto di veto in Ue, convinta che un sistema a maggioranza creerebbe “un’Europa che esclude e impone”. Proprio le politiche ambientali restano però il principale motivo di attrito. La premier si scaglia contro l’euroburocrazia che “stravolge le decisioni politiche con interpretazioni di funzionari che non devono rendere conto a nessuno”, contestando la proposta della Commissione sulle emissioni fossili.
Sull’energia scatta il corpo a corpo con il centrosinistra, rivendicando i risultati sulle rinnovabili rispetto ai governi precedenti e confermando la scommessa sul nucleare a medio termine. Non paga, rovescia sul campo largo l’accusa di ambiguità: “Siete voi che presentate sei risoluzioni diverse perché non vi accordate. Noi ne abbiamo una”, che passa in entrambe le Camere. C’è spazio per un affondo sulla flessibilità economica, che la premier rivendica di aver ottenuto da Bruxelles “senza doversi prendere in cambio migliaia di clandestini, come te caro Renzi”. Infine, pur ammettendo che le spese militari andranno riviste, avverte: “La difesa è importante, ma prima dobbiamo mettere al riparo famiglie e imprese dalla crisi in atto”.
Dietro l’ondata polemica si nasconde una fitta rete di nodi geopolitici e interni. Perso l’ombrello di Trump che le garantiva peso in Europa, e consumata la frattura sul Green Deal, per Meloni l’abito da donna di Stato non basta più. Con le elezioni alle porte e la concorrenza di Vannacci, urge svestire il tailleur e rimettere la tuta mimetica. Così, si scaglia contro il futurista Pozzolo: “Per sei volte avete votato contro la fiducia insieme a Schlein e Conte per mandare a casa il governo”. Poco dopo, quando parla la ex leghista Ravetto, i deputati di FdI e Carroccio lasciano l’aula. I vecchi tempi senza nemici a destra sono ormai un lontano ricordo.