L’addio a Bruxelles non ha portato i benefici che erano stati promessi. E Londra discute di tornare nell’Unione europea
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA – Dieci anni dopo la Brexit, è l’ora del «Brientro»? La discussione sul ritorno nell’Unione Europea si è riaperta a Londra, in parte per il riconoscimento che la Brexit «non ha portato i benefici promessi», come sottolinea Anand Menon, direttore del think tank «Uk in a Changing Europe». Una solida maggioranza in Gran Bretagna ora considera la Brexit un errore e sarebbe favorevole a un rientro nella UE, riporta Attuale.
Le promesse avanzate dai sostenitori della Brexit nel 2016 sono rimaste in gran parte disattese: Londra non è diventata una «Singapore-sul-Tamigi» e non ha ricevuto i 350 milioni di sterline in più alla settimana per il Servizio sanitario nazionale. L’immigrazione, anziché diminuire, è aumentata, con 1,5 milioni di ingressi in un anno, controbilanciando la diminuzione degli arrivi dall’Europa.
Catastrofe sventata
Allo stesso tempo, gli scenari apocalittici descritti dai critici della Brexit non si sono realizzati. L’economia del Regno Unito non è crollata in recessione, non c’è stata una disoccupazione di massa e la City ha conosciuto un rilancio. Un rapporto recente dallo Ukice afferma che «la Brexit ha reso l’economia del Regno Unito più piccola di quanto non sarebbe stata altrimenti», caratterizzandosi come un «graduale e cumulativo freno su commerci, investimenti e produttività». In sintesi, come ha osservato l’Economist, «la Brexit non ha reso la vita in Gran Bretagna largamente differente, solo più fastidiosa».
Quantificare il danno economico dell’uscita dalla UE è complesso, complicato dalla coincidenza con la pandemia di Covid e il conflitto in Ucraina. Secondo lo studio dell’Ufficio per la Responsabilità di Bilancio, l’economia britannica sarà del 4% più piccola nel lungo termine rispetto a quella che sarebbe stata se non fosse uscita dall’Unione. Altri studi stimano l’impatto tra il 2,5% e l’8%. Tuttavia, queste cifre sono controfattuali e potrebbero non riflettere accuratamente la realtà economica, che ha visto nel complesso una crescita più veloce rispetto ai principali Paesi europei, in particolare Italia e Germania.
Bassi (e alti)
L’impatto della Brexit varia a seconda dei settori: le esportazioni di beni materiali sono diminuite dell’8%, in particolare per le piccole aziende agro-alimentari, mentre il settore dei servizi ha visto un aumento del 48% nell’export, evidenziando la predominanza dei servizi nelle esportazioni britanniche. La Gran Bretagna si avvicina sempre più agli Stati Uniti nel settore dei servizi finanziari e professionali.
L’attuale governo laburista ha fatto del riavvicinamento alla UE una delle sue priorità, avviato da Keir Starmer e proseguito potenzialmente con Andy Burnham. Alcuni esponenti laburisti ipotizzano un ritorno nel mercato unico e nell’unione doganale, con alcuni che parlano addirittura di un rientro nella UE intera.
Strade separate
Tuttavia, quanto è realistica questa prospettiva? Bruxelles non prevede concessioni à la carte: rientrare nel mercato unico comporterebbe il ripristino della libertà di circolazione, un tema delicato per un’opinione pubblica britannica preoccupata per l’immigrazione. Un rientro completo nella UE avverrebbe inoltre secondo termini non vantaggiosi, imponendo ai britannici di abbandonare la sterlina e di contribuire di più al bilancio europeo.
Negli ultimi anni, Gran Bretagna e UE hanno anche assistito a una significativa divergenza regolativa: Londra ha acquisito vantaggi competitivi in campo tecnologico e finanziario. Come sintetizza Anand Menon, «tutte le alternative per il futuro sono dolorose»: Londra può scegliere di mantenere lo status quo e affrontare le conseguenze economiche, entrare nel mercato unico a scapito della propria autonomia decisionale, o intraprendere un lungo dibattito sui termini del rientro nella UE che, avverte Menon, «sarebbe cattivo e sgradevole».