La repressione dei diritti delle donne in Afghanistan: cinque anni sotto i talebani
Dal ritorno al potere dei talebani in Afghanistan, avvenuto cinque anni fa, i diritti e le libertà delle donne sono stati sistematicamente smantellati, riportando il paese a livelli di oppressione paragonabili a quelli del loro primo regime, durato dal 1996 al 2001. La totalità delle misure adottate ha escluso le donne dalla vita pubblica, costringendo molte a vivere reclusive. Movimenti per i diritti e la diaspora descrivono la situazione come un «apartheid di genere», riporta Attuale.
La discriminazione nei confronti delle donne è stata sistematica. Dei 264 decreti riguardanti i diritti emanati dai talebani dall’agosto 2021 fino a giugno scorso, ben 166 hanno preso di mira le donne. Queste norme derivano da un’interpretazione estremamente rigida della sharia, frequentemente identificata in modo impreciso come “legge islamica”. Le donne sono state rapidamente escluse da gran parte delle scuole e dei posti di lavoro, relegandole a una condizione di subordinazione economica rispetto agli uomini.
Una delle prime decisioni adottate è stata la proibizione per le donne di frequentare le scuole secondarie, equivalente a medie e superiori. Successivamente, è stato vietato l’accesso universitario, contraddicendo l’impegno iniziale di consentire il completamento degli studi a chi già vi era iscritta. L’UNESCO stima che il regime stia negando l’istruzione a circa 2,4 milioni di ragazze, un incremento di 200mila rispetto al 2025, e prevede che il totale possa arrivare a 4 milioni entro il 2030. Inoltre, le talebane hanno impedito il loro accesso agli studi di ostetricia; l’Afghanistan detiene uno dei più alti tassi di mortalità materna a livello globale, pari a 638 decessi ogni 100mila nascite nel 2024.
«Ho 12 anni e mi sto preparando agli esami di sesta, gli ultimi che potrò fare», ha dichiarato una giovane afghana. «Mia sorella aveva potuto frequentare la seconda superiore prima di doversi fermare. So che presto avrò lo stesso destino: resterò intrappolata in questa stanza, il nostro rifugio forzato per anni». Questo sentimento di claustrofobia e paura è condiviso da molte donne, che temono di incontrare pattuglie talebane per strada o di subire irruzioni in casa mentre svolgono attività vietate.
Dal 2022, le donne non possono più lavorare nelle ONG, uno dei pochi settori che le accoglieva. Nel 2023 sono stati chiusi parrucchieri e saloni di bellezza. Dal 2024, è stato vietato loro cantare, recitare o leggere ad alta voce in pubblico, poiché i talebani considerano la voce di una donna come un aspetto intimo e privato. Senza la presenza di un uomo, non possono viaggiare né incontrare uomini non imparentati. La paura è alimentata dalla minaccia di fustigazioni pubbliche per crimini morali, reintrodotte nel 2022. Nel 2026, è stata abolita l’uguaglianza giuridica tra uomini e donne, permettendo ai mariti di esercitare autorità sulle mogli, incluso il diritto di picchiarle.
«In epoca moderna, nessun altro paese aveva mai smantellato i diritti di metà della sua popolazione attraverso leggi e regolamenti così sistematici», ha affermato UN Women. L’organizzazione ha realizzato un sondaggio nei cinque anni del ritorno al potere dei talebani, rivelando che il 90% delle donne intervistate necessita del permesso di un parente maschio per uscire di casa, e oltre la metà esce solo una o due volte al mese, contrariamente al 95% degli uomini che esce quotidianamente.
Le restrizioni hanno provocato una significativa disuguaglianza nel mercato del lavoro, aggravando una situazione economica già precaria. Secondo i dati delle Nazioni Unite, solo il 7% delle donne ha un lavoro, rispetto all’85% degli uomini. La maggior parte delle donne occupa posti di lavoro informali, e la loro esclusione è un ulteriore mezzo attraverso cui il regime cerca di controllarne le vite. Attualmente, meno del 7% delle donne ha un conto bancario o utilizza servizi digitali per le transazioni economiche, continuando a dipendere dai familiari maschi.
Nonostante le severe misure restrittive, l’isolamento internazionale dei talebani è stato parzialmente allentato. Hanno intensificato i dialoghi con paesi come Russia, Cina e India, migliorando al contempo le relazioni con l’Unione Europea, che cerca di rimandare in Afghanistan i migranti afghani da espellere. I talebani si muovono abilmente per legittimarsi diplomaticamente mentre cercano di attrarre turisti, sia per normalizzare le relazioni con altri paesi, sia come fonte di introiti.
Questi sviluppi, uniti a una repressione sempre più stringente, stanno scoraggiando molte attiviste rimaste in Afghanistan. Tuttavia, esistono esempi di resistenza, spesso raccontati da media esteri. Mahbouba Seraj, nota attivista, ha affermato: «Non posso continuare… sono stati sottratti loro tutti i diritti, e non possono nemmeno parlarne».