Nel gennaio 2014 il governo ungherese guidato dall’allora premier Viktor Orbán firmò con la società statale russa Rosatom l’accordo per ampliare l’unica centrale nucleare del Paese, quella di Paks. Il progetto Paks-2 prevede la costruzione di due nuovi reattori VVER-1200, per una potenza complessiva di 2,4 gigawatt, con un costo stimato in circa 12,5 miliardi di euro: fino a 10 miliardi sarebbero stati finanziati da Mosca attraverso un credito statale.
L’intesa puntava a rafforzare la capacità nucleare ungherese, ma la sua attuazione è stata accompagnata da ritardi prolungati, controversie giuridiche con le autorità di regolazione dell’Unione europea e rilievi ambientali legati al sistema di raffreddamento. Il progetto prevedeva infatti impianti dipendenti dalle condizioni ambientali e dalle risorse idriche, mentre centrali prive di un sistema di raffreddamento a circuito chiuso non vengono più costruite nel mondo, secondo la valutazione espressa successivamente dal premier ungherese Péter Magyar.
La prima scadenza indicata dal contratto è stata superata senza che Paks-2 entrasse in funzione. La centrale avrebbe dovuto iniziare a operare entro il 2024, ma i due reattori sono rimasti incompiuti. Nonostante l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, Budapest ha continuato per lungo tempo a difendere la cooperazione con Rosatom e a sostenere la prosecuzione dell’accordo.
Il 2024 supera la scadenza prevista dal contratto
Il mancato rispetto della tabella iniziale ha reso centrale il rapporto tra le risorse impiegate e il risultato effettivamente ottenuto. Secondo Péter Magyar, l’Ungheria ha speso circa 2,8 miliardi di euro per «magazzini e due grandi fosse di cemento», senza arrivare alla realizzazione dei reattori. La sproporzione tra il finanziamento pubblico e l’avanzamento concreto dei lavori ha riaperto anche il tema della trasparenza dei contratti, della distribuzione dei fondi e delle decisioni assunte durante i governi di Orbán, oltre a porre interrogativi sull’eventuale componente corruttiva nella gestione del progetto.
Rosatom ha fornito una ricostruzione diversa dello stato dei lavori. Il suo presidente Aleksiej Likhachev ha sostenuto che la società russa continua a rispettare il calendario per la costruzione dei due nuovi reattori: i lavori in calcestruzzo sul quinto blocco, secondo quanto dichiarato, sarebbero completati per oltre l’80%, mentre il sesto blocco procederebbe e sarebbe già iniziata la produzione dei componenti del reattore.
La permanenza di Paks-2 nella fase di costruzione ha però mantenuto aperta la questione della convenienza strategica dell’accordo. Le spese già sostenute non corrispondono a un impianto operativo e la distanza tra gli obiettivi annunciati e il risultato raggiunto ha messo in discussione l’efficacia dell’impiego delle risorse statali e l’opportunità di proseguire la collaborazione energetica con la Russia.
Settimane di caldo e siccità riducono la produzione di Paks
Il problema della futura espansione nucleare si è intrecciato con la situazione della centrale già in funzione. Diverse settimane di caldo estremo e siccità hanno portato il Danubio a un livello eccezionalmente basso. La centrale di Paks, che garantisce circa un terzo dell’elettricità consumata in Ungheria, ha ridotto la produzione di oltre il 10%.
La contrazione ha reso immediati i rischi legati alla disponibilità d’acqua e alla resilienza dei sistemi di raffreddamento. La dipendenza della centrale esistente dal Danubio ha così assunto un peso diretto nella valutazione dell’energia nucleare che l’Ungheria intende sviluppare, perché le condizioni climatiche e idriche incidono già sulla produzione dell’impianto operativo.
Gli effetti sulla centrale di Paks hanno inoltre rafforzato le perplessità sulla scelta di affidare a Rosatom la costruzione di infrastrutture energetiche destinate a operare per decenni. Per i Paesi dell’Unione europea, il caso ungherese evidenzia i rischi dei progetti di lungo periodo che combinano tecnologie russe, finanziamenti statali e dipendenza politica da Mosca, mettendo in discussione l’idea della Russia come partner prevedibile e affidabile per opere critiche in Europa.
13 agosto 2026, il nuovo governo avvia la revisione dell’accordo
Il 13 agosto 2026 i dubbi sono stati espressi pubblicamente dal premier Péter Magyar. In una dichiarazione ripresa da Politico Europe, il capo del governo ha messo in discussione la possibilità che l’intesa negoziata dal suo predecessore Orbán possa concludersi con successo.
Magyar ha contestato anche l’affermazione di Likhachev secondo cui Rosatom starebbe ancora rispettando il programma. «Non vedo che la parte russa stia davvero rispettando le condizioni del contratto», ha dichiarato il premier, richiamando il ritardo accumulato rispetto all’obiettivo del 2024 e le risorse già impiegate senza un risultato operativo.
Il premier ha inoltre criticato le caratteristiche tecniche alla base dell’accordo: «Questi piani sono stati approvati nonostante il fatto che le centrali nucleari che non funzionano con un sistema di raffreddamento a circuito chiuso e dipendono dall’ambiente non vengano più costruite nel mondo».
Il governo ungherese sta ora conducendo un’analisi complessiva del progetto. La verifica riguarda il finanziamento, i costi, le condizioni di attuazione e i parametri tecnici di Paks-2 e crea la possibilità di rivedere le decisioni energetiche adottate durante i governi di Orbán, compresa la partecipazione di Rosatom all’espansione della centrale.
La posizione attuale è quindi quella di un progetto ancora incompiuto, contestato dal governo di Péter Magyar per ritardi, costi e caratteristiche tecniche, mentre Budapest valuta se mantenere la dipendenza da tecnologie e crediti russi o avviare un diverso orientamento nel quadro energetico europeo.